venerdì 10 maggio 2019

Elezioni Europee 2019


È primavera inoltrata: gli alberi fioriscono, le giornate si allungano e le urne per nuove elezioni si apriranno presto. Quest’anno è il turno delle europee: domenica 26 maggio saremo chiamati a decidere la nuova composizione dell’Europarlamento. In questo video vedremo a cosa serve il Parlamento Europeo, i partiti tra cui potremo scegliere e quali sono i temi caldi su cui si giocheranno queste elezioni.

Le istituzioni UE

La prima cosa da capire su queste elezioni è che tipo di decisioni si prendono a Bruxelles e come il nostro voto influirà su di esse. Innanzitutto, va ricordato che le decisioni fondamentali su molti aspetti della nostra vita vengono ancora prese a livello nazionale: dal mercato del lavoro alla giustizia, dalle pensioni alla sanità, dalla sicurezza all’istruzione, fino in gran parte all’immigrazione. Le istituzioni europee hanno invece carta bianca solo sui temi del commercio interno ed esterno all’Ue, sull’agricoltura e la pesca. Mentre in altri ambiti Unione Europea e stati nazionali condividono il potere, con la prima che stabilisce le regole generali e i secondi che dettagliano meglio la normativa. In campo economico per esempio, le regole stabilite dall’Europa, spesso con l’unanimità degli stati membri, impongono certi limiti ai bilanci nazionali, ma le scelte su come ripartire la spesa sono completamente nelle mani dei singoli governi.

Ora la domanda è: come si prendono le decisioni in Europa? Ci pensa il Parlamento Europeo, direte voi, lo eleggiamo apposta. Sì, ma non del tutto. L’iniziativa legislativa parte dalla Commissione: il suo presidente è il lussemburghese Jean-Claude Juncker ed è un po’ il governo dell’Ue ma anche un organo indipendente dagli stati, che rappresenta gli interessi di tutti i cittadini europei. La Commissione invia la proposta di legge sia al Parlamento Europeo, che andremo ad eleggere tra pochi giorni, sia al Consiglio dell’Unione, dove siedono i ministri di tutti gli stati membri. A monte del Consiglio dell’Unione, c’è il Consiglio Europeo, un tavolo con 28 sedie dove siedono i capi di governo dei 28 stati membri: Conte, Merkel, Macron e tutti gli altri. A guidarlo è stato chiamato il polacco Donald Tusk, che insieme a Juncker, rappresenta le istituzioni europee a livello internazionale. Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione votano sulle proposte della Commissione, che diventano legge soltanto se entrambi gli organi si esprimono favorevolmente.

Insomma, l’iter decisionale dell’Ue è piuttosto complesso. Ma non a caso: si vuole infatti assicurare che sulle scelte che vengono fatte ci sia il massimo di condivisione possibile fra tutte le parti in gioco. L’Europarlamento, proprio perché è eletto da tutti i cittadini europei, contribuisce a dare a queste decisioni una legittimità democratica, anche se esse vengono prese di comune accordo con i singoli stati, rappresentati nel Consiglio.

I partiti

Benché si riunisca quasi sempre a Bruxelles (in Belgio), il Parlamento Europeo ha la propria sede ufficiale a Strasburgo (in Francia), dove si svolgono le sessioni plenarie almeno una volta al mese. Qui si presenteranno il 2 luglio i parlamentari che verranno eletti dal 23 al 26 maggio da tutti i cittadini europei maggiorenni. Nel momento in cui andranno a sedersi sugli scranni di Strasburgo, i neoeletti non si collocheranno accanto ai parlamentari della loro stessa nazione, ma a quelli più affini politicamente. Infatti, sebbene noi sulla scheda in cabina elettorale troveremo i partiti che siamo soliti votare alle elezioni nazionali, una volta eletti questi dovranno poi affiliarsi ad una famiglia politica europea per poter creare un gruppo politico all’interno del Parlamento Europeo. Questi partiti europei propongono anche un candidato alla presidenza della Commissione europea. Vediamo quindi quali sono questi gruppi.

    • Il partito con più seggi, almeno fino a quest’anno, è il PPE (Partito Popolare Europeo) che raggruppa le forze politiche di centrodestra, cristiano-democratiche e popolari. Ad esso aderisce Forza Italia. Il suo candidato alla presidenza della Commissione è il tedesco Manfred Weber.
    • Il diretto concorrente del Ppe è il Pse (Partito Socialista Europeo), che comprende i partiti di centrosinistra, democratici, socialdemocratici e progressisti. Ne fa parte il Pd italiano. Candida alla presidenza della Commissione l’attuale primo vicepresidente, l’olandese Frans Timmermans.
    • Al centro troviamo l’Alde (l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa), a cui aderiscono i partiti centristi, liberali ed europeisti. Conterà fra le proprie file gli eventuali eletti di Più Europa. Alla testa della Commissione, l’Alde propone un’intera lista di possibili presidenti, tra cui lo storico leader Guy Verhofstadt e l’italiana Emma Bonino.
    • A destra dei Popolari, possiamo collocare l’Ecr (i Conservatori e Riformisti Europei), che si ispirano a valori conservatori come il Ppe ma sono euroscettici. Vi aderisce Fratelli d’Italia. Candida alla Commissione il cieco Jan Zahradil.
    • A sinistra dei Socialisti, troviamo invece i Verdi, che raccolgono i partiti ambientalisti di tutta Europa. Trova corrispondenza in Italia con la lista Europa Verde (formata dai Verdi italiani e da Possibile di Civati). Candidano alla presidenza della Commissione la tedesca Ska Keller e l’olandese Bas Eickhout.
    • Ancora più a sinistra, abbiamo la Gue/Ngl, cioè l’alleanza tra Sinistra Unitaria Europea e Sinistra Verde Nordica, che esprime i valori della socialdemocrazia ma accoglie anche quelli comunisti e anticapitalisti. A rappresentarla in Italia, c’è la lista “La Sinistra”, formata da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista. Candida alla testa della Commissione la slovena Violeta Tomic e il belga Nico Cué.
    • All’estrema destra, c’è la neonata Eapn, cioè l’Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni, battezzata pochi giorni fa dalla Lega di Salvini a Milano. Essa punta a raccogliere i partiti sovranisti e identitari. Ancora non è chiaro chi candiderà alla presidenza della Commissione.
    • Resta fuori il Movimento 5 Stelle, che al momento appartiene ad un gruppo che molto probabilmente non si riformerà dopo le elezioni. Infatti, il leader Di Maio sta tentando di costruire un’alleanza con altri partiti che condividono con i 5 Stelle la battaglia per la democrazia diretta.

Secondo gli ultimi sondaggi, il Ppe dovrebbe rimanere il partito più rappresentato nell’Europarlamento, con circa il 23% dei seggi, seguito a qualche percentuale dal Pse. La medaglia di bronzo andrebbe all’Alde, con circa il 12%. L’alleanza di Salvini dovrebbe invece guadagnarsi il quarto posto, attestandosi intorno al 10%. Appena sotto arriverebbero nell’ordine, i conservatori, i verdi e la sinistra.

Di cosa si discute

Anche se queste saranno elezioni per il Parlamento Europeo, i partiti che troveremo sulla scheda sono quelli nazionali e con ogni probabilità anche la campagna elettorale sarà incentrata sui temi della politica nazionale. Ma molti di questi temi sono molto più grandi dell’Italia e vanno ad intrecciarsi con le decisioni degli altri paesi europei o dell’Unione Europea nella sua interezza. Un chiaro esempio è quello dell’immigrazione, una questione molto sentita negli ultimi anni, anche a causa del gran numero di persone che si spostano o si sono spostate dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia verso il Vecchio Continente. La lotta all’immigrazione è il collante che tiene insieme i partiti che formeranno l’alleanza di Salvini, il cui cavallo di battaglia è l’assoluta chiusura delle frontiere. Sulla condivisione dei migranti tra i paesi Ue invece, le forze affiliate all’Eapn sono ancora in disaccordo, dal momento che specie i paesi dell’Est Europa sono fortemente contrari a questa idea. Sul tema dell’immigrazione sono molto duri anche i conservatori. Sono più moderati gli appartenenti al Ppe e al Pse, i quali ammettono più sfumature a riguardo. Hanno invece una posizione più aperta all’immigrazione e all’integrazione i Verdi e la Sinistra.

L’altro grande tema nazionale ma anche europeo è quello economico. Come dicevamo, mentre i singoli governi possono decidere in piena autonomia come distribuire i soldi provenienti dalle tasse, l’Ue ha stabilito dei parametri a cui i bilanci statali devono attenersi. Il più importante riguarda quanto gli stati possano indebitarsi per finanziare le loro spese. Questo è stato deciso perché, dal momento che condividiamo la stessa moneta, i bilanci devono essere coordinati in modo da non creare shock economici. Però molti partiti vedono male questi limiti, sostenendo che per rilanciare l’economia è necessario fare più investimenti, anche indebitandosi. Anche su questo tema, la divisione ricalca quella fra destra e sinistra, con i partiti di sinistra che chiedono più flessibilità e quelli di destra che desiderano più rigore sui conti. Anche la geografica è importante in questo caso, perché i paesi del Nord Europa tengono molto più in ordine i loro bilanci (anche per via di come sono fatte le loro economie) e quindi pretendono da quelli del Sud la stessa disciplina.

Un campo in cui l’Europa può fare molto (e qualcosa ha già fatto) è quello dell’ambiente. Tutti sappiamo a quali gravi conseguenze andiamo incontro con il surriscaldamento globale, eppure i politici di tutto il mondo hanno fatto poco a riguardo. Oggi questo tema sta tornando alla ribalta, un po’ a causa dei primi fenomeni meteorologici estremi a cui assistiamo e un po’ per gli scioperi per il clima dei ragazzi delle scuole avviati della sedicenne svedese Greta Thunberg. Il partito più attento a questo tema è sicuramente quello dei Verdi, per cui la protezione dell’ambiente è la missione principale. Questa forza politica ha però seguiti molto diversi nei vari paesi, in Italia ne ha effettivamente poco. Più in generale, i partiti di sinistra propongono l’adozione di politiche ambientaliste più spinte di quelli di destra, i quali sono invece più sensibili alle esigenze delle imprese, le quali potrebbero essere danneggiate da limiti ambientali troppo restrittivi.

Un tema su cui l’Ue può fare poco ma che riguarda proprio il contesto in cui opera è quello della politica internazionale, cioè dei rapporti con gli stati esterni all’Unione. Infatti, sebbene esista la carica dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune, oggi occupata dall’italiana Federica Mogherini, ogni stato membro decide per conto proprio che rapporti avere con i paesi stranieri e che posizioni prendere sulle questioni internazionali. Il vicino più ingombrante che spesso divide gli stati Ue sul come trattarlo è sicuramente la Russia. Ci sono paesi infatti che per la loro storia vogliono mantenere più autonomia possibile dalla Madre Russia, pensiamo per esempio alla Polonia; ci sono paesi con rapporti più stretti con l’ex Unione Sovietica come la Grecia e l’Italia e ci sono paesi più equidistanti come Germania e Francia. È facile capire come su questo tema, le divisioni politiche ricalchino più quelle degli stati che quelle dei colori politici.

C’è infine la questione dell’Unione Europea stessa: deve rimanere così com’è, essere ridimensionata o diventare qualcosa di più? Dell’ultima opinione è sicuramente l’Alde, che vorrebbe trasformare l’Ue in una federazione di stati, quindi trasferendo più poteri dai paesi membri verso Bruxelles, seguendo il modello dei cantoni svizzeri. Per una maggiore integrazione si schierano anche i Verdi, i Socialisti e – in misura minore – i Popolari, i quali ritengono che ci siano ancora campi in cui decidere insieme come Unione sia meglio di agire in ordine sparso. Chi non la pensa affatto così sono i cosiddetti partiti euroscettici, tra cui i partiti di estrema destra, che mirano a riportare sovranità agli stati centrali e costruire “un’Europa dei popoli”, come la chiamano.

La questione dell’Euroscetticismo ci porta a parlare dell’elefante della stanza che abbiamo ignorato finora: la Brexit. Con il referendum del giugno 2016, la maggioranza degli elettori britannici ha deciso che il Regno Unito dovesse abbandonare l’Unione Europea. Ciò ha comportato le dimissioni dell’allora premier Cameron, che ha ceduto il testimone a Theresa May. Il nuovo governo di sua maestà ha quindi fissato l’uscita dall’Ue per il 29 marzo scorso. Ma abbandonare un organismo come l’Unione Europea non si è rivelato facile come molti davano per intendere in campagna elettorale. La legislazione europea è estremamente intrecciata a quella dei paesi membri. Inoltre, l’Ue si occupa di tutti i rapporti commerciali dei suoi stati membri con l’esterno: stiamo parlando di accordi che vengono raggiunti dopo anni se non decenni di negoziazioni e sono raccolti in centinaia e centinaia di pagine di norme dettagliatissime. Così, la data della Brexit è già stata rimandata due volte ed è oggi fissata per il 31 ottobre, sempre che il parlamento britannico non voti prima in favore dell’accordo preliminare sottoscritto dalla May con l’Ue, ma che ha già rigettato più di una volta. Pertanto, con molta probabilità, il Regno Unito dovrà partecipare anche a queste elezioni europee. Ciò incide anche sui seggi del Parlamento Europeo: è stato infatti deciso che, in seguito alla Brexit, il loro numero scenderà dai 751 attuali a 705.

Come si vota

I 73 seggi dell’Europarlamento spettanti all’Italia (76 in caso di Brexit) vengono ripartiti in modo proporzionale in base alla percentuale di voti presi dai vari partiti. Ciò significa che se un partito prende il 20% dei voti, otterrà il 20% dei posti. Bisogna però considerare che, per accedere alla ripartizione dei seggi, ciascuna lista dovrà raggiungere almeno il 4% dei voti. Inoltre, il territorio italiano è diviso in 5 circoscrizioni: nord-ovest, nord-est, centro, sud e isole. In ciascuna di esse, ogni partito presenta una propria lista di candidati, tra cui l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, ma almeno una deve essere di sesso diverso dalle altre, pena l’annullamento della terza preferenza. Le urne apriranno domenica 26 maggio alle 7 e chiuderanno alle 23. Per votare è necessario avere con sé un documento di riconoscimento e la tessera elettorale.

Conclusione

In questo video vi abbiamo dato le informazione di base necessarie per votare e un’infarinatura per esprimere un voto consapevole. Va da sé che per capire meglio la posta in gioco è doveroso approfondire i temi a cui abbiamo accennato e quelli che non abbiamo toccato. Perché, come diceva qualcuno, possiamo anche non occuparci della politica, ma la politica si occuperà di noi. Quindi informatevi, capite, discutete e poi andate alle urne! Buon voto!

domenica 25 febbraio 2018

Elezioni: le regole del gioco


Il tema della legge elettorale appassiona tanto i politici quanto lascia indifferenti gli elettori. Ma il sistema elettorale è molto importante: si tratta delle regole del gioco delle elezioni. Stabilendo come vengono trasformati i voti dei cittadini in seggi parlamentari, una legge elettorale può essere determinante nel far vincere o perdere questo o quel partito. Lo scorso ottobre, dopo essere stata in cima alla lista delle cose da fare per tutta la legislatura, è stata approvata la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis, dal nome del capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato. Cerchiamo di capire come funziona, nel modo più semplice possibile.

Il meccanismo
Vediamo quindi come saranno scelti i 630 deputati e i 315 senatori del nuovo parlamento. La legge elettorale prevede un sistema misto: al netto dei parlamentari eletti all'estero (12 alla camera e 6 al senato), circa un terzo di deputati e senatori saranno eletti con un meccanismo maggioritario, mentre i restanti due terzi saranno selezionati con un meccanismo proporzionale. Cosa significa? Il sistema maggioritario prevede che il territorio nazionale sia diviso in tante parti quanti sono i parlamentari da eleggere e ciascuno di questi pezzi d'Italia, detti collegi uninominali, si elegge il proprio rappresentante. Prendiamo la Camera, abbiamo detto che verranno scelti con questa modalità circa un terzo dei suoi membri, per la precisione 232 deputati. Quindi il territorio nazionale sarà diviso in 232 collegi, in ciascun collegio ogni partito o coalizione presenterà il proprio candidato e quello più votato otterrà un posto a Montecitorio.
A compensare il peso dei candidati territoriali, i restanti due terzi del parlamento saranno eletti con un sistema proporzionale. Ciò significa che, all'interno di quei due terzi, ogni partito avrà in percentuale tanti parlamentari quanti saranno i suoi voti su scala nazionale. Un partito che ottiene il 30% dei voti avrà il 30% dei seggi, uno col 15 avrà il 15% dei seggi e così via. Ma come verrà scelto chi occuperà quel 30% o 15% di seggi? All'interno di circoscrizioni plurinominali, cioè pezzi di paese più grandi di quelli della parte maggioritaria, in cui ogni partito presenterà da 2 a 8 nomi, la cui elezione dipenderà dai voti presi in quella circoscrizione ma anche da quelli presi in tutte le altre.


La scheda
Se siete ancora confusi, dare un'occhiata alla scheda che troveremo in cabina può aiutare. Sopra ai riquadri con i simboli dei partiti, troviamo il nome e cognome del loro candidato nel collegio uninominale in cui ci troviamo. Ciò significa che uno di quei nomi, cioè il candidato che otterrà più voti, otterrà sicuramente il seggio assegnato nel nostro collegio. Diversi partiti si possono unire in coalizione e sostenere lo stesso candidato, in modo da avere più possibilità di farlo eleggere. Le coalizioni però devono essere uniformi su scala nazionale.
Gli altri due terzi dei parlamentari, come dicevamo, sono eletti con un sistema proporzionale. Quindi mettendo la croce sul simbolo del partito che preferiamo, gli daremo maggiori possibilità di eleggere i suoi candidati nella circoscrizione proporzionale, i cui nomi sono stampati a fianco del simbolo.
Ora che abbiamo visto la scheda, vi starete certamente chiedendo come fare ad esprimere il proprio voto. Lo possiamo fare in tre modi. Il primo modo, quello più completo, è di mettere una croce sia sul candidato uninominale sia su uno dei partiti che lo sostengono. Attenzione però: il voto disgiunto non è consentito, quindi non è possibile votare un partito che sostiene un candidato uninominale diverso da quello che scegliamo noi. Il secondo modo è di mettere una ics soltanto sul simbolo di un partito. Così facendo, il voto andrà a quel partito ma anche al candidato uninominale che esso appoggia. Il terzo modo è quello di mettere la croce soltanto sul nome di un candidato uninominale. In questo caso, il voto andrà anche ai partiti che lo sostengono, in proporzione ai loro consensi ottenuti in quel collegio.

Fac simile della scheda elettorale per la Camera dei Deputati

Altre cose da sapere
Ma non possiamo finire di parlare della nuova legge elettorale senza menzionare la soglia di sbarramento. Infatti, per evitare che il parlamento sia bloccato dai veti di partiti troppo piccoli, è stata prevista una soglia del 3% di voti nella parte proporzionale, sotto la quale non si ottiene nessun seggio. Si fa eccezione per le liste che rappresentano minoranze linguistiche o che ottengano almeno il 20% in una regione oppure 2 collegi uninominali. Inoltre, per usufruire dei vantaggi di far parte di una coalizione, i partiti al suo interno devono totalizzare almeno il 10% e si considerano solo quelli che arrivano all’1%.
Una caratteristica di questa nuova legge elettorale che ha fatto molto discutere è la possibilità di candidarsi contemporaneamente in un collegio uninominale e fino in 5 circoscrizioni plurinominali. Quindi potenzialmente un candidato potrebbe essere eletto sei volte per poi dover scegliere dove accettare l’elezione.
Il Rosatellum include anche una norma sulla parità di genere: infatti i candidati della parte proporzionale non potranno essere dello stesso sesso per più del 60%, oltre a dover essere alternati nei listini scritti sulla scheda (che ne determinano l’ordine di elezione).
Un'ulteriore novità è rappresentata dalle schede antifrode: ogni scheda avrà un codice identificativo che verrà segnato al momento della consegna della scheda e sarà verificato all'uscita dalla cabina, in modo tale da evitare lo scambio con una scheda già votata. Naturalmente il codice verrà rimosso prima di inserire la scheda nell'urna.

Pro e contro
Vediamo ora le ragioni dei favorevoli e dei contrari a questa nuova legge elettorale.
Le forze politiche che hanno contribuito ad approvarla sono il Partito Democratico, Forza Italia, la Lega e le liste centriste come Alternativa Popolare. A loro avviso, la riforma del sistema elettorale era necessaria perché Camera e Senato avevano leggi elettorali diverse, entrambe modificate da sentenze della Corte Costituzionale. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha insistito più volte perché il parlamento si desse dei sistemi elettorali uniformi per le due camere. Inoltre, sebbene non ci sia nessuna legge elettorale che assicuri un vincitore in ogni caso, specie con un elettorato diviso fra tre poli quasi alla pari, il Rosatellum riduce il rischio che si debba ricorrere a governi di larghe intese dopo le elezioni, grazie all’introduzione delle coalizioni. Infine, essendo un sistema misto, il Rosatellum cerca di coniugare il meglio di entrambi i tipi di sistema elettorale: la parte proporzionale fa sì che ogni partito sia rappresentato in parlamento secondo le preferenze dei cittadini, mentre la parte maggioritaria permette di creare un collegamento più diretto tra gli eletti in un territorio e i loro elettori.
Coloro che hanno votato contro questa legge elettorale sono stati il Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali e Fratelli d’Italia. La prima critica che viene mossa al Rosatellum è quella di essere stato approvato in parlamento ricorrendo a numerosi voti di fiducia, che è un modo di forzare il dibattito parlamentare dato che si lega il voto in questione alla sopravvivenza del governo. Un altro difetto della nuova legge elettorale è il divieto di voto disgiunto, ossia la possibilità di votare un candidato nel collegio uninominale e un partito non collegato ad esso nella parte proporzionale. In questo modo, a detta dei detrattori della legge, si riduce lo spazio di manovra dei cittadini nel scegliere i loro rappresentanti. Lo stesso accade grazie alla possibilità di candidarsi in più circoscrizioni con la quale gli eletti, potendo scegliere dove accettare l’elezione, saranno in grado di decidere chi dovrà prendere il loro posto. Ma la critica più forte, portata avanti specialmente dai grillini, è data dal fatto che il Rosatellum, favorendo le coalizioni, penalizza chi in una coalizione non ci può entrare per statuto, cioè il Movimento 5 Stelle stesso. È il caso quindi di approfondire la questione: chi ci guadagna e chi ci perde con questa nuova legge elettorale?

Chi ci guadagna e chi ci perde
Parlando di legge elettorali è importante capire una cosa: in un sistema partitico variegato come quello italiano, non c'è nessun sistema che può accontentare tutti. È come una coperta troppo stretta che, comunque la si tiri, lascia fuori qualcuno. Dalla tabella qui sotto, realizzata dall'Istituto Cattaneo e riportata da Repubblica, è possibile vedere come, per ciascuna caratteristica di un sistema elettorale, c'è chi ci guadagna e chi ci perde. La caratteristica principale del Rosatellum è la previsione di coalizioni. Ciò permette a due partiti come Forza Italia e Lega che sono dati nei sondaggi intorno al 15% ciascuno, di mettersi insieme in una coalizione di centrodestra per sostenere gli stessi candidati nei collegi uninominali e avere molte più chance di vittoria a confronto di una forza che non intende coalizzarsi con nessuno come il Movimento 5 Stelle. C'è poi il Partito Democratico: benché sia stato un forte sostenitore del Rosatellum, è probabile che finirà per esserne sfavorito, dato che è riuscito a coalizzarsi solo con partiti molto piccoli, insieme ai quali farà fatica a tenere testa al centrodestra. A proposito dei partiti più piccoli, questa legge elettorale favorirà, ancora una volta, quelli che avranno la possibilità di entrare in una coalizione dato che, anche laddove non riuscissero a raggiungere la soglia di sbarramento del 3 per cento, possono comunque ottenere dei seggi accordandosi con i partiti più grandi per proporre loro candidati nei collegi uninominali. Secondo lo stesso ragionamento, i partiti più piccoli che non intendono partecipare a nessuna coalizione (come Liberi e Uguali) dal Rosatellum avranno soltanto da perderci.


Come andrà a finire?
Se vi state chiedendo con quale governo ci ritroveremo dopo il 4 marzo, non siete i soli. Quasi sicuramente la sera delle elezioni non si saprà chi ha vinto. E non parliamo dei risultati dello spoglio, ma del fatto che molto probabilmente nessuna coalizione o partito singolo otterrà la maggioranza dei seggi in parlamento necessaria per formare un governo. Saranno quindi necessarie alleanze spurie, come una di larghe intese tra Forza Italia e Partito Democratico o una, meno probabile, del Movimento 5 Stelle con Liberi e Uguali oppure con la Lega. Infatti, dopo essersi sempre detti contrari ad alleanze, sembra che ora i pentastellati abbiano fatto una timida apertura a questa eventualità: Di Maio ha affermato che, se il Movimento non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi, sarà pronto a chiedere ad altre forze politiche di sostenere un governo a 5 stelle, ma esse non potranno chiedere posti di governo e dovranno accettare i 20 punti del programma grillino, a cui tuttavia potranno aggiungere delle loro proposte. Sondaggi alla mano però, lo scenario più probabile dopo il voto del 4 marzo è che nessuna di queste maggioranze sia possibile. Si dovrà quindi tornare a nuove elezioni, preferibilmente dopo aver cambiato la legge elettorale. Un'altra possibilità, remota ma non impossibile, è che effettivamente una delle coalizioni o un partito singolo possa vincere autonomamente. La vittoria è più alla portata di mano per il centrodestra, che si trova in vantaggio secondo gli ultimi sondaggi. In base ad alcuni calcoli, questa legge elettorale permetterebbe di vincere anche con solo il 40-45% dei consensi, a seconda della distribuzione del voto sul territorio italiano.

Conclusione
Questo era tutto quello che c'è da sapere sull'attuale legge elettorale e sulle prospettive che apre. Se sia destinata a sopravvivere o meno non lo sappiamo, ma sicuramente queste saranno le regole del gioco per le elezioni del 4 marzo e potranno influenzare non poco il risultato del voto.

lunedì 9 ottobre 2017

Guida al Referendum per l'Autonomia in Lombardia e Veneto



Non abbiamo ancora finito di parlare del referendum in Catalogna che dobbiamo già cominciare ad occuparci di quello in Lombardia e Veneto del prossimo 22 ottobre. A scanso di equivoci, bisogna dire che i due casi sono molto diversi: quello in Catalogna è stato un referendum illegale (almeno in base alla legge spagnola) che mirava all’indipendenza per la regione di Barcellona, mentre i referendum consultivi di Lombardia e Veneto sono perfettamente legali e aspirano a garantire alle due regioni del Nord Italia più autonomia dallo stato centrale, in termini di aree di competenza ma soprattutto in termini di gestione delle risorse fiscali.
I quesiti che saranno sottoposti agli elettori delle due regioni sono molto diversi tra loro ma la sostanza è la stessa. In caso di vittoria del sì, le giunte regionali invocheranno l’attivazione dell’articolo 116 della Costituzione italiana. Questo articolo è stato modificato con la riforma del 2001, che ha inserito la possibilità per le regioni che lo desiderano di aprire una trattativa con lo stato centrale per ottenere più poteri, in modo da avvicinarsi (senza comunque eguagliare) le regioni a statuto speciale.
L’articolo 116 rimanda ad un elenco di materie (dal commercio alla salute, dal trasporto pubblico all’ambiente, dall’istruzione alle banche) che al momento sono quasi tutte di competenza condivisa fra lo stato e le regioni e che possono essere in teoria trasferite in toto a queste ultime. Ma la pratica può essere diversa dalla teoria perché lo stato centrale non è affatto tenuto a soddisfare le richieste delle regioni e non è per nulla detto che il negoziato vada in porto. Tanto più che questo tentativo è già stato fatto nel 2007 dalla Lombardia ma non portò da nessuna parte, benché dall’anno successivo ci fosse un governo di centrodestra sia a Roma che a Milano. Per questo motivo, ora le due regioni del Nord tentano la strada del referendum, in modo da inviare un forte messaggio politico agli interlocutori romani.

Le ragioni del referendum

Veniamo quindi alle motivazioni dietro alla scelta di indire il referendum e alle critiche a riguardo. Il referendum è stato fortemente voluto dai governatori leghisti Maroni e Zaia, anche per marcare la distanza con il nuovo corso nazional-sovranista della Lega di Salvini. Il loro intento è quello di tenere le tasse pagate dai cittadini lombardi e veneti il più possibile all’interno delle regioni. In particolare, la campagna referendaria del sì gira attorno ad un dato, il cosiddetto residuo fiscale. Il residuo fiscale è la differenza tra le tasse degli abitanti di una regione che vanno allo stato e quello che torna indietro in termini di spesa. Lo si può interpretare come una somma che viene trasferita dalle regioni più ricche a quelle più povere. Secondo un rapporto della Cgia di Mestre del 2015 (che si riferisce a dati del 2012 ma che si suppone non siano cambiati più di tanto), il residuo fiscale della Lombardia ammonta a 53,9 miliardi di euro (circa 5.500 euro ad abitante), mentre quello del Veneto corrisponde a 18,2 miliardi (3.700 e rotti euro a persona). Queste cifre corrispondono a circa il 15% del Pil lombardo e al 12% di quello veneto. Il presidente della Lombardia Maroni ha affermato che con questo referendum non mira tanto al trasferimento di competenze, quanto al mantenimento di almeno la metà del residuo fiscale all’interno dei confini regionali. A chi ribadisce l’importanza della solidarietà nazionale, i sostenitori del sì rispondo che un Nord più forte porterebbe benefici a tutta l’Italia. Il governatore lombardo ha detto al Foglio che “far ‘correre’ il Nord, non può che giovare anche al resto del Paese. Se la ‘locomotiva’ continua a viaggiare a scartamento ridotto, gli altri ‘vagoni’ di certo non se ne avvantaggiano. E poi bisogna smettere di presentare l’autonomia come un ‘danno’ o un ‘pericolo’ per il Sud. E’ ormai chiaro a tutti che il sistema centralista dell’assistenzialismo produce solo danni”. 

Le ragioni dei contrari

Non sono mancate però voci critiche verso il referendum. I maggiormente contrari riaffermano l’importanza della solidarietà nazionale, sia dal punto di vista etico sia da quello economico. Infatti, se l’economia meridionale fosse privata dei fondi che ottiene oggi, i consumatori del Sud avrebbero meno soldi per acquistare i prodotti provenienti dal Nord, creando problemi anche per le imprese settentrionali. In altre parole, il Nord è così prospero anche perché è parte dell’Italia. Negli anni molti investimenti pubblici sono arrivati nelle regioni settentrionali perché si sapeva che avrebbero beneficiato l’intero paese. 
Altri critici affermano che si tratta di un referendum inutile e costoso: le cifre precise non si conoscono ma si parla di qualche decina di milioni di euro per ciascuna regione. In Lombardia per esempio, 3 milioni di euro sono stati spesi soltanto per la campagna promozionale. L’inutilità invece dipenderebbe dal fatto che non è necessario un referendum per avviare la procedura prevista dall’articolo 116 della Costituzione. Infatti, lo scorso agosto la giunta dell’Emilia-Romagna ha fatto partire lo stesso iter senza passare da un referendum, ma concordandolo con istituzioni e associazioni locali, sindacati e imprese.
Infine, alcuni critici fanno notare come le regioni negli ultimi anni non abbiano dato un’ottima prova di sé nel gestire i fondi pubblici, a partire dagli scandali dei rimborsi ai gruppi politici che hanno coinvolto quasi tutti i consigli regionali del paese, per arrivare alle opere pubbliche come la Brebemi e la Pedemontana in Lombardia che hanno i conti tutt’altro che in ordine.

Le posizioni dei partiti

Vediamo ora come si schierano le varie forze politiche riguardo al referendum.
Il centrodestra è per il sì, specie la Lega Nord che ha fortemente voluto questo voto. L’unico partito del centrodestra con una posizione non chiara è Fratelli d’Italia, la cui leader Giorgia Meloni ha invitato all’astensione nonostante il suo partito abbiamo votato a favore della consultazione in consiglio regionale.
Anche il Movimento 5 Stelle è a favore del sì. In Lombardia i pentastellati sono anche gli autori del quesito su cui si esprimeranno gli elettori.
Nel centrosinistra le posizioni sono più variegate. Alla sinistra del Pd, solo Rifondazione comunista è per il no, mentre Articolo 1 (Mdp) è per l’astensione. Ma è nel Pd che le cose si fanno più complicate: mentre il Partito Democratico del Veneto voterà sì, quello lombardo darà libertà di voto, dato che è diviso al suo interno: mentre i suoi principali dirigenti propendono per l’astensione, i sindaci Pd dei capoluoghi lombardi (tranne il primo cittadino di Pavia) voteranno sì, a partire da Beppe Sala e Giorgio Gori.

Il voto elettronico in Lombardia

C’è un ultimo aspetto che ci rimane da trattare: il fatto che per la prima volta in Italia si voterà con il voto elettronico. Ciò accadrà solo in Lombardia, mentre in Veneto si è optato per il metodo tradizionale con scheda e matita. Innanzitutto, c’è da chiarire che voto elettronico non significa che ognuno possa votare a casa propria dal pc o dallo smartphone, ma bisognerà comunque recarsi alle urne dove, invece della tradizionale scheda cartacea, sarà possibile esprimere la propria preferenza su una specie di tablet.
La regione ne ha acquistati 24 mila per le 9200 sezioni elettorali lombarde per una spesa totale (che comprende anche il software e i tecnici che supporteranno il personale dei seggi) di 23 milioni di euro. Dal momento che molti hanno protestato per l’ingente costo di questo sistema di voto, il presidente lombardo Maroni ha dichiarato che, una volta concluso il referendum, i tablet saranno lasciati in comodato gratuito alle scuole per le attività didattiche. Tuttavia molti rimangono scettici a riguardo, dato che i tablet che saranno usati per il voto hanno caratteristiche molto diverse da quelle dei normali tablet a cui siamo abituati.
Alcune proteste si sono sollevate anche sulla società che ha vinto l’appalto, la Smartmatic, di proprietà venezuelana. Oltre ad essere sospettata di avere legami non chiari con il governo del paese sudamericano, i suoi sistemi sono stati usati perlopiù in paesi in via di sviluppo. Alcune democrazie avanzate li hanno utilizzati soltanto per elezioni di carattere locale, come nella regione belga delle Fiandre nel 2012. In seguito alla consultazione, il governo fiammingo si è rifiutato di pagare una parte del compenso dovuto alla società, per i quasi 2000 incidenti che si sono verificati durante le operazioni di voto, come alcuni casi in cui gli elettori hanno potuto votare due volte premendo velocemente lo schermo. C’è da aspettarsi però che questi problemi siano stati risolti.

Informazioni pratiche

Infine, ecco alcune informazioni pratiche sul referendum.
I seggi saranno aperti domenica 22 ottobre, dalle 7 alle 23. In contemporanea, nella provincia di Belluno, si voterà anche per una maggiore autonomia provinciale.
Per votare, è necessario portare con sé un documento di riconoscimento valido. Non serve invece la tessera elettorale, se non per sapere la sezione in cui recarsi.
Possono votare tutti i cittadini italiani residenti nelle due regioni. Non è previsto né il voto all’estero o fuori sede, né un rimborso per chi vuole tornare a votare.
Formalmente, entrambi i referendum sono consultivi. In Lombardia non è previsto nessun quorum (cioè un numero minimo di votanti), mentre in Veneto se non si raggiungerà una partecipazione di almeno il 50% degli aventi diritto, il consiglio regionale non sarà tenuto a prendere in considerazione la votazione.

lunedì 5 giugno 2017

Guida alle elezioni comunali 2017


Domenica 11 giugno, dalle 7 alle 23, saranno aperti i seggi elettorali per le elezioni comunali. Si vota in 1005 comuni (tra cui 25 capoluoghi di provincia), con più di 9 milioni di cittadini chiamati ad esprimersi. Gli abitanti di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono già andati alle urne lo scorso 7 maggio. In ogni comune possono votare tutti i residenti maggiorenni che siano cittadini italiani o cittadini di un altro stato dell’Unione Europea (questi ultimi solo se ne hanno fatto domanda a tempo debito). L’eventuale turno di ballottaggio per i centri sopra i 15 mila abitanti si terrà domenica 25 giugno, sempre dalle 7 alle 23.

Tra le città in cui si vota ricordiamo Verona, Padova, Piacenza, Monza, Genova, Parma, L’Aquila, Taranto e Palermo. Il comune più piccolo chiamato alle urne è Blello, nella bergamasca, con i suoi 76 abitanti. Quello più grande è Palermo con 657 mila residenti. In sette comuni le elezioni sono state rinviate perché non si è presentata nessuna lista.

COME SI VOTA
Attenzione! Queste regole valgono per le regioni a statuto ordinario. Ci potrebbero essere alcune differenze in quelle a statuto speciale.

Comuni oltre i 15.000 abitanti (10.000 in Sicilia)
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, le liste che lo supportano. È possibile votare in tre modi:
  • tracciando un segno solo sul nome del candidato sindaco: in questo modo, si vota soltanto lui e nessuna delle liste collegate;
  • tracciando un segno solo sul simbolo di una lista: in questo modo, si vota sia la lista che il candidato sindaco a cui è collegata;
  • tracciando un segno sia su una lista che su un candidato sindaco non collegato ad essa (è il cosiddetto “voto disgiunto“).

Se si traccia un segno su una lista è possibile esprimere una o due preferenze scrivendo il cognome del candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Se però le preferenze che si vogliono assegnare sono due, devono essere di sesso diverso.

Viene eletto sindaco il candidato che raggiunge il 50% più uno dei voti validi. Se questa soglia non viene raggiunta, si terrà un secondo turno di ballottaggio, a cui accederanno i due candidati che hanno ottenuto più voti nel primo turno e da cui uscirà il vincitore. Tra i due turni, le liste il cui candidato sindaco è stato estromesso dalla corsa possono decidere di apparentarsi ad uno dei due candidati che si sfideranno al ballottaggio.

I seggi in consiglio comunale vengono assegnati in modo proporzionale (con il medoto d’Hondt). Alle liste collegate al candidato sindaco vincente viene assegnato almeno il 60% dei seggi (con un turno solo, c’è la condizione che esse devono aver raggiunto almeno il 40% dei voti validi).

Comuni sotto i 15.000 abitanti
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, la lista che lo supporta. Si vota tracciando un segno sul candidato sindaco che si favorisce. In questo modo, verrà votata anche la lista che lo accompagna. È possibile esprimere una preferenza, scrivendo il candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Nei comuni sopra i 5.000 abitanti, le preferenze possono essere due, purché di sesso diverso.

Viene eletto il candidato sindaco che ha ottenuto il maggior numero di voti (è previsto il ballottaggio solo in caso di parità fra le liste più votate). Alla lista vincitrice spettano i due terzi dei seggi in consiglio comunale, mentre i posti restanti vengono distribuiti in modo proporzionale fra le altre formazioni.

Se in un comune si dovesse presentare una lista soltanto, le elezioni saranno valide solo nel caso che si rechino ai seggi il 50% più uno degli aventi diritto al voto (e che almeno la maggioranza di essi esprima un voto valido). In caso contrario, il comune verrà commissariato e si tornerà alle urne nel successivo turno elettorale.

lunedì 29 maggio 2017

Deflazione: perché è un problema se scendono i prezzi



Secondo le stime preliminari dell’Istat, il 2016 è stato il primo anno dal 1959 in cui l’Italia si è trovata in deflazione. Per la precisione, dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Ma cosa significa deflazione?

Cosa significa

La deflazione è la diminuzione del livello generale dei prezzi di beni e servizi. Con la deflazione, il valore della moneta aumenta: con un euro si possono comprare più cose di quanto si poteva fare prima.
Capita più spesso però di sentire parlare dell’opposto, cioè dell’inflazione, che consiste invece nell’aumento dei prezzi e quindi nella perdita di valore della moneta. A scuola abbiamo studiato l’iperinflazione che si verificò in Germania nel periodo tra le due guerre mondiali, quando dalla sera alla mattina i prezzi raddoppiavano o triplicavano. Qualcosa di simile sta accadendo oggi in Venezuela, dove i soldi invece di essere contati cominciano ad essere pesati.
Lo scenario di una iperinflazione è sicuramente negativo, perché significa che la moneta non viene più considerata un mezzo sicuro per comprare e vendere le cose. Tuttavia, anche la deflazione può creare dei problemi.

Le conseguenze

Intuitivamente, se i prezzi calano, potremmo pensare che sia un bene per l’economia come lo è sicuramente per i nostri portafogli. Ma non è così.
Oggi i prezzi scendono perché la gente fa meno acquisti a causa della crisi o perché vuole risparmiare, essendo preoccupata per il proprio futuro. Siccome c’è meno domanda sul mercato, le imprese abbassano i prezzi per spingere i consumatori ad acquistare i loro beni e servizi. I consumatori però, aspettandosi che i prezzi possano scendere ancora, potrebbero decidere di procrastinare le spese, almeno quelle più importanti. Questo non fa altro che ridurre ulteriormente la domanda e di conseguenza i prezzi, rischiando di innestare una spirale negativa di recessione e deflazione.
Inoltre le imprese, dal momento che vendono meno e i loro ricavi sono inferiori, tenderanno a ridurre i costi di produzione. Ciò significa che acquisteranno meno materie prime, faranno meno investimenti per migliorare e allargare la produzione, ma soprattutto assumeranno meno e ridurranno gli stipendi.
Ma non è finita qui. Sul versante finanziario, se la moneta acquista valore con la deflazione, i debitori saranno penalizzati, dato che il debito rimane lo stesso mentre il reddito a disposizione per ripagarlo si restringe. Per esempio, le famiglie con un mutuo si ritroveranno a farvi fronte con stipendi più bassi. La stessa cosa vale per il debitore più grande di tutti, lo stato, che dovrà pagare gli interessi sul nostro enorme debito pubblico con minori entrate fiscali.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda: più i prezzi si riducono più l’economia va male, più l’economia va male più i prezzi si riducono.

Le soluzioni

Lo stato può aiutare l’economia a riprendersi con tre strumenti: con la politica monetaria, con quella fiscale e con la spesa pubblica.
La politica monetaria è gestita dalle banche centrali, che godono di una certa autonomia rispetto ai governi e hanno il compito di controllare la quantità di moneta in circolazione. In caso di deflazione, ci si aspetta che la banca centrale immetta liquidità nel mercato finanziario. Una maggiore liquidità implica una perdita di valore della moneta e quindi più inflazione.
Negli ultimi anni la Bce (Banca Centrale Europea), seguendo l’esempio di altre banche centrali del mondo, ha iniettato liquidità nel mercato, anche se questo ha dato solo una spinta limitata alla crescita economica e all’inflazione.
L’altro soggetto che può fare qualcosa contro la deflazione è il governo, con la doppia leva della politica fiscale, cioè abbassando la tassazione per favorire i consumi da parte delle famiglie, e dell’intervento diretto nell’economia, investendo denaro in settori chiave per dare lavoro a chi lo ha perso. Tuttavia, lo stato italiano è troppo indebitato per potersi permettere di spendere e spandere, quindi può fare poco.

C’è da preoccuparsi?

Abbiamo parlato delle gravi conseguenze che la deflazione può scatenare e di come le armi dello stato per combatterla siano spuntate. Dobbiamo quindi strapparci i capelli? Forse non ancora. È vero che la nostra economia è ferma ormai da qualche anno però, come abbiamo detto, la deflazione registrata nel 2016 è molto bassa: 0,1%. Peraltro, ciò è dovuto principalmente al prezzo del petrolio, il cui calo ha abbassato tutta la media.
Per il prossimo futuro, è previsto un ritorno dell’inflazione, seppur di pochi decimali. Gli economisti considerano ottimale un’inflazione vicina ma inferiore al 2%. Se questo obiettivo non sarà presto raggiunto e l’economia continuerà a sperimentare una bassa crescita e una bassa inflazione per molto tempo, quello sarà il momento di iniziare a preoccuparsi seriamente.