mercoledì 4 marzo 2009

Nessuno tocchi il latinorum

Posto un mio articolo che è stato pubblicato sul giornalino del mio liceo. Prima l’articolo originale, poi quello corretto per la pubblicazione.

Sulla scia di Usa, Germania e Francia e con l’insediamento del nuovo governo, anche in Italia si comincia a parlare dell’abolizione dell’insegnamento del latino nei licei, soprattutto in quello scientifico, che sarà rimpiazzato da una seconda lingua straniera.
Ma siamo sicuri che cancellando dalle scuole superiori la lingua di Ovidio e Cicerone si contribuirà a riportare l’istruzione italiana agli apici delle graduatorie internazionali? O più probabilmente è solo un altro modo per svalutarla? Non è forse il latino la lingua che è alle radici della nostra? Dunque, bandire questo idioma sembra quasi irrealistico, visto che, se proprio si deve fare a meno dello status quo, si potrebbe ridurne lo ore di apprendimento alla settimana, visto che eguagliano o superano quelle delle altre materie, oggigiorno più importanti.
Il latino è rilevante nella formazione culturale di un individuo poiché aiuta a sviluppare ed incrementare le capacità logiche, razionali e cognitive e, grazie alle sue complesse strutture morfosintattiche, rende più remunerativo l’apprendimento dell’italiano, dando le facoltà di formare periodi molto più articolati e di allargare il proprio vocabolario. È perciò una via per imparare ad esprimersi con maggiore naturalezza, permettendo di spiegare meglio ciò che passa per la mente. Inoltre non si potrebbe leggere e studiare i grandi autori latini del passato, come Ovidio, Virgilio, Tacito, senza conoscere approfonditamente questo linguaggio. Per quanto riguarda il punto di vista pratico, il latino è utile anche nella scelta e nel frequentare determinate facoltà universitarie, prevalentemente in campo umanistico. Infine si potrebbe dire che il latino negli Stati Uniti, nonostante sia stato abolito come materia obbligatoria da tempo, ogni anno la percentuale di persone che partecipano a corsi e che richiedono una certificazione in questa disciplina continua ad aumentare.
Tuttavia una buona parte degli studenti (e non solo) ritengono che lo studio del latino sia completamente inutile al giorno d’oggi.
Le loro motivazioni riguardano il fatto che è una lingua cosiddetta “morta”,  ovvero non parlata più, e che porta via tempo ad altre materie più utili nel futuro mondo del lavoro.
Per quanto riguarda il fatto che sia una lingua “morta”, non vuol dire che essa non riviva nelle opere degli antichi autori latini di cui sopra, fondamenti della nostra cultura. Mentre in parte è vero che sottrae tempo ad altre discipline, tuttavia è meglio avere più capacità di ragionamento, che sapere un paio di concetti in più all’incirca soggetti che forse non avranno nessun profitto in futuro.
Quindi è innegabile l’utilità del latino nello sviluppo culturale di una persona, ma è altrettanto vero che nei licei il numero di ore di studio di questa disciplina sono realmente eccessive, pertanto senza ricorrere alla sua totale e ingiusta soppressione, sarebbe sufficiente una riduzione del tempo di studio, magari favorendo materie più specialistiche.

Sulla scia di Usa, Germania e Francia, anche in Italia si ricomincia a parlare dell’abolizione dell’insegnamento del latino nei licei, soprattutto in quello scientifico, che sarà rimpiazzato da una seconda lingua straniera.
Ma siamo sicuri che cancellando dalle scuole superiori la lingua di Ovidio e Cicerone si contribuirà a riportare l’istruzione italiana agli apici delle graduatorie internazionali? O non sarà solo, più probabilmente, un altro modo per svalutarla? Non è forse il latino la lingua che è alle radici della nostra? Bandire dunque lo studio di questo idioma appare una scelta inutilmente drastica, visto che, se proprio si vogliono cambiare le cose, si potrebbe ridurne le ore settimanali di insegnamento, visto che eguagliano o superano quelle delle altre materie, oggigiorno altrettanto importanti.
Il latino, infatti, è rilevante nella formazione culturale di un individuo, poiché aiuta a sviluppare ed incrementare le capacità logiche, razionali e cognitive e, grazie alle sue complesse strutture morfosintattiche, rende più facile l’apprendimento dell’italiano, migliorando le capacità di formare periodi molto più articolati e arricchendo il proprio vocabolario. È perciò una via per imparare ad esprimersi con maggiore naturalezza, permettendo di spiegare meglio ciò che passa per la mente.
Inoltre non si potrebbero leggere e studiare i grandi autori del passato, come Ovidio, Virgilio, Tacito, senza conoscere approfonditamente questa lingua.
Dal punto di vista pratico, il latino è utile anche nella scelta e nella frequentazione di determinate facoltà universitarie, non solo in campo umanistico, poiché il linguaggio di molte discipline scientifiche ha nel latino la sua base principale. Come non bastasse, anche negli Stati Uniti, dove scuola superiore ed università hanno sempre privilegiato le materie tecnico-scientifiche, si sta riscoprendo la lingua di Cesare e Cicerone, come dimostra l’aumentato numero di corsi richiesti dagli studenti.
Convincere, tuttavia, i tenaci detrattori del latino è difficile.
Una buona parte degli studenti (e non solo) ritengono, infatti, che lo studio del latino sia completamente inutile al giorno d’oggi.
Per il partito degli abolizionisti, si tratta di una lingua cosiddetta “morta”, ovvero non parlata più, che porta via tempo ad altre materie, più utili nel futuro mondo del lavoro.
Ciò è confutato, però, dal fatto che essa rivive, oltre che in opere immortali, anche in numerose lingue moderne, nelle istituzioni ancora oggi vigenti. Esiste il referendum, il quorum delle elezioni, il qui pro quo, il mitico “carpe diem”, e molto altro ancora.
Certo, in parte è vero che sottrae tempo ad altre discipline; tuttavia avere più capacità di ragionamento e più strumenti per capire il nostro mondo è importante, e ci aiuterà a non fare in tante occasioni la parte del povero Renzo, confuso dal “latinorum” di Don Abbondio.
Non abolire, dunque, ma riorganizzare, in modo da dare l’adeguato spazio a tutte le discipline oggi importanti.

Interessante come dalla prima riga sia sparita la parte di frase “e con l’insediamento del nuovo governo”…

mercoledì 14 gennaio 2009

Dichiarazione dichiaratamente inascoltata

Sono passati ben sessant’anni da quel 10 dicembre 1948, in cui l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò a Parigi, dopo tre anni di stesura, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sulla scia dei buoni propositi presi dopo le atrocità della seconda guerra mondiale. Ciononostante tutti i paesi del mondo, chi più chi meno, sono ben lungi dall’applicarla intermente.
Infatti i trenta articoli di cui è composto il documento formano un codice etico con un valore più ideologico che giuridico, dato che non è rispettato né fatto rispettare.
Gli articoli che vengono subordinati dalla realtà delle cose si possono distinguere facilmente. Già l’articolo 5, che condanna la tortura e le punizioni inumane, non è tenuto in alta considerazione in molti paesi, dove, per esempio, esiste la pena di morte e la tortura, anche come metodo di interrogatorio. L’articolo 7 dichiara, inascoltato, l’uguaglianza davanti alla legge. Infatti in ogni nazione, anche in quelle più “libere”, c’è sempre una stretta cerchia di persone ricche e potenti “più uguali” delle altre. In Italia, per esempio, la classe politica gode di una serie di privilegi giuridici che garantiscono talvolta ai propri membri l’impunità. Questo è in contrasto, oltre che con la carta in questione, anche con la Costituzione della nostra repubblica. La carcerazione preventiva, vigente in molti stati, è in contraddizione con l’articolo 9, il quale afferma che nessuno può essere detenuto arbitrariamente. L’articolo 19 si pronuncia riguardo la libertà di opinione ed espressione, unita alla facoltà di cercare, ricevere e diffondere informazioni attraverso ogni mezzo. Nessun paese è veramente libero sotto questo punto di vista, tantomeno l’Italia, che si trova in posizioni vergognose nelle classifiche internazionali delle nazioni con più libertà di stampa, essendo assai distante dagli altri paesi occidentali. L’articolo 21 sancisce il diritto di partecipare al governo del proprio stato e sceglierne i rappresentanti, cosa che in Italia non è possibile grazie alla vigente legge elettorale, e di accedere in condizioni di uguaglianza ai pubblici impieghi, altro diritto soppiantato dalla diffusa corruzione e delle varie raccomandazioni. La prerogativa di avere un lavoro e una dignitosa retribuzione è sancita dall’articolo 23 della suddetta dichiarazione, non applicato anch’esso e dimostrato dagli ampi fenomeni della precarietà e della disoccupazione.
Questa lunga sfilza di violazioni deve essere ridotta, fino a scomparire, dai governi di tutti i paesi, ponendo gli obiettivi del documento in primo piano nei loro programmi; mentre il cosiddetto quarto potere dovrebbe ricordare la dichiarazione, non solo negli anniversari della sua promulgazione, ma ogni qualvolta che viene violata da una o più persone, in alto o in basso nella piramide sociale.

martedì 4 novembre 2008

Un grosso equivoco

Sabato scorso, nel mio liceo, alcuni insegnanti hanno distribuito all’uscita da scuola un volantino che presentava i principali punti della riforma Gelmini e invitava a partecipare ad un’assemblea chiarificatrice. Oggi, tre giorni dopo, un gruppo di studenti, sulla scia dei propri insegnanti, ha diramato un foglio che spiega che si sentono «menati per il naso da chi usa vecchi sistemi ideologici e un arrogante demagogia per deformare la realtà», usando parole di cui evidentemente non sanno il significato, e proseguono riportando l’intero testo del decreto legge in questione. Questo è un esempio dell’equivoco creatosi in Italia relativamente a questo problema. Infatti in pochi sanno che i tagli all’istruzione e alcuni degli elementi maggiormente criticati non si trovano nel decreto legge Gelmini, in approvazione al Senato, ma nella Finanziaria 2009, già approvato tempo fa. Questo grosso fraintendimento dipende in primo luogo dalla maggior parte dei politici, di destra e sinistra, che si fanno eco l’un l’altro dicendo che il decreto riguarda solo la scuola primaria (che è vero) ma non spiegano perché ci sono decine di migliaia di studenti e insegnanti in piazza a manifestare, ma soprattutto dipende dai mass media, che non fanno il loro lavoro fornendo un’informazione reale, ma riportano le varie opinione dei politici, creando solo più confusione nell’opinione pubblica. Infatti, se le persone sapessero di cosa realmente tratta l’intera riforma, nessuno si sognerebbe di essere favorevole, poiché basta un po’ di buon senso per accorgersi che il Paese non è di queste leggi che ha bisogno. Un maestro unico alle elementari significherebbe solo una recessione a decenni fa, quando ancora non esistevano le molteplici discipline che sono necessarie al giorno d’oggi, come inglese, informatica, educazione musicale e artistica. I tagli ai fondi delle scuole e delle università sono improponibili, perché sono tagli sul futuro delle prossime generazioni, che non potranno più contare su una formazione scolastica sufficientemente solida. Una riduzione dell’orario significa solo disagi in più per quei genitori che lavorano e che non sanno a che affidare i figli. Bisogna comunque notare anche un elemento positivo nella riforma, che è l’insegnamento dell’educazione civica e soprattutto della Costituzione, anche se è alquanto paradossale che proprio questo governo proponga un tale progetto. Perciò si spera che queste leggi vengano prima spiegate ai cittadini e poi ritirate a furor di popolo, dato che sono tutt’altro che necessarie e tendono solo a peggiorare le cose.

lunedì 3 novembre 2008

Perchè gli studenti occupano le scuole

Da qualche settimana, decine di migliaia di studenti di tutta Italia stanno manifestando, anche con l’occupazione di alcune università e atenei, contro le riforme del nuovo governo sulla scuola pubblica, promosse dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini. Ma in pochi, anche tra gli stessi studenti, hanno capito appieno ciò che la riforma cambierà nel già problematico sistema della scuola italiana. Una questione da precisare subito è che la riforma della scuola concerne due codici: il decreto legge numero 137, del primo settembre 2008, e la legge 133, la cosiddetta Finanziaria del 2009.
Il decreto 137, altresì detto Gelmini, tratta principalmente della scuola primaria. In primo luogo stabilisce l’affidamento di tutte le classi elementari ad un insegnante unico, che dovrà gestire tutte le discipline scolastiche, dalla matematica alle lettere, all’inglese, all’informatica; con una conseguente cancellazione di ogni gita scolastica, visita didattica o uscita sul territorio, dato che, per svolgere le suddette attività, occorre un adulto per ogni 15 studenti. Inoltre il maestro in questione dovrà occuparsi da solo anche degli alunni stranieri e diversamente abili. E tutto in un totale di 24 ore settimanali, così che le scuole dovranno cancellare il tempo pieno o affidare i bambini nel pomeriggio a società terze. Un altro aspetto del decreto legge riguarda l’insegnamento nelle scuole del primo e secondo ciclo di istruzione di una nuova materia, quale “Cittadinanza e Costituzione”, preceduto dall’istituzione di corsi di formazione per i docenti su tale tema. Altre innovazioni introdotte dal documento sono attinenti alla valutazione del comportamento, infatti, per essere ammessi all’anno successivo, non è più necessario avere più di sette (su dieci), ma basta il sei e, qualunque sia il voto, concorrerà alla valutazione finale complessiva. Gli altri articoli della legge sono in relazione al voto, che verrà espresso in decimi, oltre che nelle scuole superiori, anche alle elementari e alle medie; ai libri di testo, le adozioni dei quali dovranno essere le stesse per l’intero quinquennio e all’abilitazione della laurea di scienze della formazione primaria come esame di stato.
Però, il motivo per il quale un gran numero di studenti sta manifestando lunga tutta la penisola, concerne prevalentemente alcuni aspetti della legge 133, approvata dalle camere il 6 agosto 2008. Il principale elemento di dibattito è la riduzione dei fondi economici destinati alle istituzioni scolastiche, infatti gli articoli 64 e 66 di tale norma sanciscono sette miliardi e 832 milioni di euro da scalare dai finanziamenti per la scuola tra il 2009 e il 2012 e altri un miliardo e 441,5 milioni che saranno sottratti alle università e alla ricerca tra il 2009 e il 2013. Fa anche discutere la disposizione che offre la possibilità al Senato accademico di una università pubblica di decidere la trasformazione dell’istituto in una fondazione, autogestita dal punto di vista gestionale, organizzativo e contabile, che può prevedere l’ingresso a soggetti pubblici e privati. Altri elementi contenuti nella norma sono la riduzione del 17% del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) tra il 2009 e il 2011 e l’obbligo per i docenti nell’anno scolastico 2011-2012 di scegliere testi scolastici reperibili, gratuitamente o non, in Internet.
Questi i punti principali della riforma sulla scuola, una parte della quale è già stata approvata diverse settimane fa, mentre l’altra è in corso di dibattimento al Senato. Intanto un’ampia frangia di studenti continua a protestare con cortei nelle maggiori piazze italiane, occupazioni di alcune università e atenei e sit-in fuori dal Parlamento, in attesa che qualcuno accolga il loro grido d’aiuto.

martedì 7 ottobre 2008

Studenti italiani: tutti all'ultimo banco?

Pubblico un articolo che ho scritto per la scuola.

Si parlava di migliaia di bocciature in più, con percentuali astronomiche, invece la riforma Fioroni ha variato di ben poco il numero dei ripetenti. Conclusa l'estate e gli esami di recupero si comincia a fare un bilancio di promossi e bocciati nelle scuole italiane.
Era la fine dello scorso anno quando l'allora ministro dell'istruzione Fioroni presentò alle camere la riforma della scuola, che prevedeva l'obbligo di recuperare i debiti formativi per accedere all'anno successivo. Molti studenti di tutta Italia insorsero contro la legge, temendo migliaia di bocciati in più. Ma ora siamo alla resa dei conti.
Nel 2007 i promossi erano l'85,8%, mentre quest'anno l'83,8, e i bocciati sono passati dal 14 al 16,2%.
Una buona parte dei rimandati, il 13,7%, ha avuto la buona notizia a giugno, non dovendo perciò andare a scuola in estate per i corsi di recupero, mentre il 6% non ha superato l'esame di riparazione, svolto nell'82% delle scuole tra fine agosto e inizio settembre e nel 18% dei casi nel mese di luglio.
Ma una distinzione va fatta tra i vari tipi di scuola: infatti negli istituti tecnici non hanno passato l'anno il 7,6% degli alunni, nell'istruzione artistica il 6,7 e nei licei classici, scientifici e socio-psico-pedagogici il 5.
La situazione è peggiore fra i cosiddetti “primini” che, se nel 2007 il 18,7% di loro veniva bocciato, oggi la percentuale è salita al 21,8.
Considerando perciò una classe di 25 alunni, si è passati da 3,5 a 4 studenti bocciati, il che non è affatto preoccupante in termini di variazione, ma lo è nel numero.