venerdì 21 aprile 2017

Primarie Pd


La parte scritta da me dell'ultimo video di Muovere Le Idee

Il prossimo 30 aprile gli elettori del Partito Democratico sono chiamati a scegliere il segretario – cioè il leader – del partito. Sono tre i candidati che in questi giorni stanno battendo il territorio nazionale per portare avanti le loro visioni del partito e del paese. In questo video conosceremo meglio le loro storie e le loro idee, ma prima facciamo un passo indietro.

I candidati

Le primarie del prossimo 30 aprile fanno parte di un processo più lungo e complesso già iniziato nelle scorse settimane, cioè il congresso, che è quel momento della vita di un partito in cui si sceglie la sua linea politica e da chi deve essere guidato. Le regole congressuali prevedono che gli iscritti al partito abbiano potuto votare già tra la fine di marzo e l’inizio di aprile e questi sono i risultati: dei 450 mila iscritti, hanno votato in 266 mila, segnando un 59% di affluenza. Matteo Renzi ha ottenuto il risultato più alto, raccogliendo due terzi delle preferenze (66,7%), seguito da Andrea Orlando, scelto da un votante su quattro (25,3%), e da Michele Emiliano con l’8%. Ma conosciamo meglio i tre candidati.

Matteo Renzi è sicuramente il più noto dei tre. Nato a Firenze nel 1975, muove i primi passi in politica nella Margherita, diventa prima presidente di provincia e poi sindaco del capoluogo toscano, viene eletto segretario nazionale del Pd con le primarie del dicembre 2013 e viene infine nominato presidente del consiglio all'inizio del 2014.

Andrea Orlando è nato nel 1969 a La Spezia. Come Renzi, inizia la sua carriera politica fin da giovane, con cariche sia nel partito, nel suo caso il Pci e poi Pds, sia in consiglio comunale. Parlamentare dal 2006, è ministro dell'ambiente nel Governo Letta e ministro della giustizia con Renzi e nell'attuale Governo Gentiloni.

Michele Emiliano è nato a Bari nel 1959. Dopo alcuni anni da avvocato entra in magistratura e da pubblico ministero si occupa di lotta alla mafia in Sicilia e in Puglia, vivendo per anni sotto scorta. Nel 2004, mettendosi in aspettativa dalla magistratura, diventa sindaco di Bari. Fa due mandati, finiti i quali viene eletto presidente della Regione Puglia, carica che ricopre tutt'ora.

I programmi

Candidandosi alla guida del Pd, ogni aspirante segretario ha presentato una mozione congressuale, che illustra le sue proposte per il partito e per il paese. Naturalmente le diverse mozioni non sono così distanti fra loro, dato che stiamo parlando di persone dalla stessa appartenenza politica, ma alcune differenze si possono trovare.

L'unico che abbiamo già visto all'opera sia come segretario del Pd sia come premier è Matteo Renzi, quindi un po' sappiamo già cosa aspettarci da lui. C'è da dire però che, dopo la sconfitta del referendum, ha leggermente modificato il suo messaggio tentando di mostrarsi consapevole del disagio sociale che, secondo molti osservatori, ha determinato quel risultato. In particolare, ha cercato di venire incontro agli elettori del Movimento 5 Stelle proponendo, in risposta al reddito di cittadinanza dei grillini, quello che ha chiamato un lavoro di cittadinanza, cioè un miglioramento delle cosiddette politiche attive del lavoro, ovvero di quelle misure in grado di aiutare chi perde il lavoro a trovarne un altro, magari dopo un periodo di formazione o riqualificazione. Renzi propone poi una riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sul reddito, in continuità con quanto fatto durante i mille giorni al governo.
Sull'Europa, l'ex premier si spende per una maggiore dimensione politica dell'Unione, rafforzando l'integrazione specie nel campo della difesa, scegliendo con le primarie il candidato del Partito Socialista Europeo e chiedendo l'elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Commissione. Sul lato delle politiche, Renzi chiede che gli investimenti in sicurezza, ricerca e cultura vengano esclusi dal calcolo del deficit e auspica una gestione comune dei migranti.
Sulla legge elettorale, l’ex premier chiede che rispetti i principi del Mattarellum e dell’Italicum: dalle elezioni deve uscire un vincitore, senza che sia necessario cercare alleanze in parlamento dopo le elezioni.
Per quanto riguarda il Pd, secondo Renzi dovrebbe essere un partito che va ad elezioni da solo e non all’interno di coalizioni, dove il segretario è anche candidato premier e dove ci deve essere una partecipazione dal basso ma la leadership deve avere una certa autonomia.
Renzi infine si propone come l’unico che può avanzare una proposta riformistica in contrapposizione con il populismo dilagante.

La mozione di Orlando è quella in cui compare più volte la parola “sinistra” e non a caso: dei tre candidati, è sicuramente il più vicino alla cultura politica del Pd pre-Renzi e degli scissionisti di Mdp. Contro il populismo e in difesa della democrazia, l’attuale ministro della giustizia invoca una maggiore attenzione ai bisogni delle persone e una lotta alle disuguaglianze sociali. In questa direzione va anche la principale proposta sull’Europa: la creazione di un pilastro sociale, basato su un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Orlando propone poi di scorporare gli investimenti strategici dal calcolo del deficit.
Sulle tasse chiede di trasferire l’imposizione fiscale dal lavoro al reddito, abbassando sì le imposte ma perseguendo i grandi evasori e creando una tassa per le società di Internet che spesso pagano molto poco. Come Renzi, è contrario ad un reddito minimo garantito ma è favorevole a rafforzare il reddito di inclusione sociale e l’assistenza dello stato nella ricerca del lavoro. Al fine di rilanciare l’economia, Orlando propone di puntare sugli investimenti pubblici e su un ruolo strategico dello stato, in modo da arrivare ad una piena occupazione di qualità.
Sulla legge elettorale, dice che è inutile continuare a spingere per il Mattarellum perché gli altri non lo voteranno mai, propone invece un proporzionale con un premio di governabilità al partito che arriva primo, oltre a ridare la possibilità ai cittadini di scegliersi i propri parlamentari all’interno dei collegi uninominali.
Orlando ha un’idea del partito molto diversa da quella di Renzi: secondo lui, il ruolo del Pd è quello di mediare tra le istanze della società e trasformarle in proposte politiche, si scaglia contro l’uomo solo al comando e al partito trasformato in mero comitato elettorale, è contrario alla sovrapposizione tra la carica di segretario e quella di premier. Per lui, il Pd deve essere il perno di una più ampia coalizione di centro-sinistra.

Fra i tre candidati, Emiliano è quello più critico nei confronti di Renzi e quello che strizza di più l’occhio ai 5 stelle, non ricambiato tuttavia: per esempio, quando è stato eletto governatore della regione Puglia, ha cercato di nominare tre assessori della propria giunta scegliendoli fra i grillini, ma ha ricevuto un secco rifiuto.
In campo economico, la sua proposta si traduce in una riduzione delle imposte sul reddito delle fasce più basse, ma si dice contrario alla logica dei bonus portata avanti da Renzi. Dell’operato dell’ex premier, critica anche la riforma della scuola e l’adozione del Jobs Act, chiedendo una reintroduzione dell’articolo 18. Come Orlando, propone una webtax ma, a differenza sua, avanza anche l’idea di un reddito minimo garantito. Per quanto riguarda l’Europa, anche lui critica le politiche d’austerità e invoca una maggiore attenzione alla crescita.
Nel suo programma non può mancare un particolare accento sugli investimenti per il meridione. Inoltre Emiliano punta molto sulla tutela dell’ambiente e lo si è visto anche negli ultimi mesi con la sua opposizione alle trivelle in mare e all’oleodotto Tap.
Per quanto riguarda il partito, anche Emiliano si dice contrario alla logica dell’uomo solo al comando, rilancia una maggiore partecipazione dei territori e avanza la proposta di una piattaforma online per la consultazione degli iscritti. Se vincesse, promette di non candidarsi premier ma intende rimanere presidente della sua regione. Inoltre, ha dichiarato di essere contrario ad alleanze post voto con Forza Italia, mentre mostra un’apertura verso il Movimento 5 Stelle.

Il voto

Le primarie si terranno domenica 30 aprile, dalle 8 alle 20. È possibile trovare l’indirizzo del proprio seggio sul sito del Pd. Può votare chiunque, anche i non iscritti al partito, ma è necessario sottoscrivere una dichiarazione in cui si afferma di essere elettori del Pd e di riconoscersi nella sua proposta politica. Per esprimere il proprio voto è necessario versare due euro e presentarsi al seggio muniti di un documento di riconoscimento e della tessera elettorale.
La domenica successiva alle primarie sarà convocata l’Assemblea nazionale del partito che proclamerà vincitore il primo arrivato, a patto che abbia raggiunto almeno il 50% più uno dei voti. Se nessuno dei candidati avrà raggiunto quella soglia, spetterà all’Assemblea scegliere il segretario fra i due che avranno raccolto più preferenze.

martedì 11 aprile 2017

Le ragioni di chi vuole più Europa


Il mio reportage per Muovere Le Idee dalla Marcia per l'Europa del 25 marzo a Roma.

Sono andato a chiedere agli europeisti perché, in un momento in cui tutti se la prendono con l'Europa, loro vogliono farne un'unione ancora più forte.

giovedì 16 marzo 2017

Quale futuro per l'Unione Europea?



Nelle prossime settimane si parlerà molto di Europa. Il 25 marzo si celebrerà infatti il 60° anniversario del Trattato di Roma che istituì quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. Quel giorno i leader dei 27 stati membri (Regno Unito escluso, naturalmente) si riuniranno a Roma per rilanciare il progetto europeo. E fin qui tutti d’accordo. È quando si arriva al come che sorgono i problemi.

Le strade che l’Europa potrà prendere nei prossimi anni sono state semplificate dal Libro Bianco pubblicato dalla Commissione Europea in 5 possibili scenari.


Scenario 1 - “Avanti così”.
Nessun modifica delle regole europee: le istituzioni sovranazionali continueranno ad occuparsi delle competenze a loro riservate e per risolvere tutti i nuovi problemi che vediamo ora e che sorgeranno in futuro ci si affiderà alla buona volontà degli stati di trovare un accordo fra di loro, se riusciranno a farlo. Questa opzione, secondo VoteWatch, è vista di buon occhio dai paesi nordici, come la Svezia e la Danimarca.

Scenario 2 - “Solo il mercato unico”.
L’UE riduce progressivamente il suo campo d’azione al suo core business, ovvero il libero movimento di beni, servizi, capitali e lavoratori al suo interno. Quindi meno di quanto fa oggi. Questo scenario, l’unico escluso espressamente dal presidente della Commissione Juncker, potrebbe essere quello più vicino ai partiti euroscettici e dal Regno Unito in uscita, se non fosse per il libero movimento delle persone, la cui eliminazione sta molto a cuore a questi soggetti.


Scenario 3 - “Chi vuole di più fa di più”.
È l’Europa a più velocità di cui tanto si parla: gruppi di paesi all’interno dell’UE che sono d’accordo su una maggiore integrazione in un determinato campo possono andare avanti senza aspettare che anche tutti gli altri siano d’accordo. Questo permetterebbe per esempio ai paesi dell’Euro di istituire un ministro dell’economia unico e armonizzare i loro sistemi fiscali oppure a chi ci sta di creare una maggiore collaborazione militare. Questo scenario è quello che è stato rilanciato nell’incontro di Versailles dai leader di Germania, Francia, Italia e Spagna, ma viene avversato dai paesi dell’Est (specie dal cosiddetto Gruppo di Visegrád, composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che temono di essere lasciati indietro. Comunque, qualcuno fa notare che un’Europa a più velocità esiste già.


Scenario 4 - “Fare meno in modo più efficiente”.
Come nel secondo scenario, il raggio d’azione dell’UE si restringe, ma nei campi in cui continua ad avere un ruolo, i poteri dell’Unione vengono rafforzati in modo da rispondere meglio ad alcuni problemi. Questa opzione è portata avanti dal Gruppo di Visegrád che da una parte non vuole un’Europa sociale e non vuole che Bruxelles si impicci nelle sue faccende domestiche (in questi mesi c’è frizione con Polonia e Ungheria, i cui governi stanno approvando riforme che in Europa vengono giudicate illiberali), dall’altra vorrebbe una maggiore collaborazione in campo militare.

Scenario 5 - “Fare molto di più insieme”.
È l’opzione preferita dagli Europeisti più ferventi e quella che più difficilmente sarà percorsa in questi anni di euroscetticismo dilagante. Essa prevede di perseguire il principio sancito dai trattati della “ever closer union”, l’unione sempre più stretta tra i paesi europei, e di spingere sul pedale della maggiore integrazione, mettendo in comune nuovi settori. Per ribadirlo, alcune organizzazioni europeiste hanno organizzato una marcia per l’Europa a Roma proprio il 25 marzo, in concomitanza con il vertice dei capi di stato e di governo.

domenica 12 marzo 2017

Il pericolo ingovernabilità

Nella politica italiana è il momento dei riposizionamenti: la scissione del Pd con la nascita del Mdp, Sinistra Italiana che vede già dei fuoriusciti prima ancora di celebrare il congresso fondativo, la maretta nel centrodestra (se si può ancora chiamare così) sulle primarie e il leader. 

Il tempismo è strano però. Di solito ci si riposiziona quando si sa con quale legge elettorale si va a votare: c’è una legge che premia i grandi partiti ->; ci si fonde; c’è una legge che favorisce le coalizioni ->; si cerca una coalizione; c’è una legge sostanzialmente proporzionale ->; nascono una miriade di partiti, ognuno dei quali cerca di definire il meglio possibile una propria identità. Quest’ultimo è lo scenario a cui assistiamo.

Cosa significa questo? Che nessuno crede che la legge elettorale uscita dalla sentenza della Consulta verrà cambiata? In effetti, l’arrivo in aula alla Camera della discussione è di nuovo slittato a fine marzo. Oppure significa che, anche se dovesse essere cambiata la legge, si terrà comunque un proporzionale?

La risposta a queste domande è importante, perché le simulazioni ci dicono che, con la legge attuale, non ci sarà nessun governo dopo le prossime elezioni. L’unica maggioranza possibile dovrà mettere sotto lo stesso tetto Pd e 5 Stelle e sappiamo quanto questo è altamente improbabile.

Se non vogliamo essere condannati all’ingovernabilità, ci sono due possibili soluzioni: o cambiano i partiti (e il loro rifiuto di dialogare) o cambia radicalmente la legge elettorale.

(metà gennaio)

(fine febbraio)

mercoledì 22 febbraio 2017

I motivi del populismo



Da alcuni anni ormai la politica sta cambiando. In molti paesi occidentali guadagnano sempre più consensi idee, partiti e candidati molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto finora. Nel 2016 abbiamo visto i primi segni tangibili di questa trasformazione: il voto sulla Brexit e l'elezione di Donald Trump. Due esiti che apparivano fantascienza fino a pochi mesi prima.
Schiere di osservatori, politici e giornalisti hanno tentato di trovare una spiegazione all'emergere di queste forze, spesso definite populiste. In molti hanno puntato il dito contro le bufale e le notizie false diffuse sul web da parte di siti più o meno vicini a questi movimenti. Si è arrivati a parlare di politica della post-verità, in cui i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto alle emozioni e alle convinzioni personali. Le bufale hanno avuto certamente un ruolo, ma l'ascesa del populismo sembra essere spiegata meglio con il crescente risentimento per le élite e per una classe dirigente incapace di affrontare la crisi e il lento ma costante declino delle economie occidentali. Problemi come la globalizzazione e l'immigrazione sono molto sentiti specialmente dalla classe media, che sta vedendo i propri salari restringersi e il lavoro diventare sempre più precario. È proprio la spiegazione economica al populismo che vogliamo approfondire in questo video.


Iniziamo il nostro ragionamento partendo da un libro: Postcapitalismo, scritto dal giornalista inglese del Guardian Paul Mason. In questa sede però, la tesi di fondo sostenuta da Mason non ci interessa. Ciò che ci importa è la sua analisi sull'evoluzione dell'economia negli ultimi secoli.
È dato per assodato dagli studiosi che l'economia si muova per cicli della durata di pochi anni: periodi di espansione e di crescita seguiti da periodi di depressione e crisi. È una teoria più minoritaria invece quella per cui questi cicli brevi si inseriscano in cicli più lunghi, della durata di 50-70 anni. Questi ultimi si sviluppano in forma di onde, le cosiddette Onde di Kondrat'ev, dal nome dell'economista russo Nicolaj Kondrat'ev che le ha ipotizzate per primo. Mason mescola la teoria delle onde lunghe con alcuni elementi della tradizione marxista, spiegando che un'onda inizia dopo un periodo turbolento con guerre e rivoluzioni, in cui i capitali si sono accumulati nel settore finanziario e sono state inventate nuove tecnologie che però hanno avuto difficoltà ad affermarsi fino a quel momento. Con l'inizio della fasce ascendente dell'onda, i capitali si riversano nell'economia reale e nascono nuovi modelli di impresa basati proprio su quelle innovazioni incubate nel periodo precedente. Inizia così una fase di prosperità e crescita, in cui risulta accettabile redistribuire la ricchezza verso le fasce più povere della popolazione. Arriva però un momento in cui tutto ciò si interrompe: all'improvviso ci si accorge che le aspettative per un futuro florido come il presente possono essere sbagliate, ci si rende conto che la crescita attesa in molti settori non si verificherà e che i capitali investiti troppo alla leggera non saranno più ripagati. Ci si avvia quindi verso un periodo di incertezza sui mercati, sulle monete e sugli assetti globali. I salari vengono colpiti e lo stato sociale ridimensionato. I capitali ritornano ad affluire verso il mondo della finanza. Le crisi si fanno sempre più frequenti e profonde, spianando la strada a conflitti e guerre. E alla fine un'altra onda prende il sopravvento.


Dalla prima rivoluzione industriale, gli economisti individuano quattro o cinque cicli, a seconda dell’interpretazione a cui si fa riferimento. Ogni onda però è diversa dalla precedente: ogni ciclo porta con sé un sistema socio-economico del tutto nuovo. Scrive Mason che “il momento della mutazione è fondamentalmente economico. È l’esaurimento di un’intera struttura – modelli di impresa, insiemi di competenze, mercati, valute, tecnologie – e la sua rapida sostituzione con una struttura nuova”.
Forse è il caso di fare un esempio. Il ciclo in cui ci troviamo ora è iniziato subito dopo la seconda guerra mondiale. Già prima del 1945 erano state compiute invenzioni e scoperte molto importanti, ma il conflitto mondiale causato anche dagli squilibri economici e finanziari precedenti aveva impedito che esprimessero il loro potenziale. Nel dopoguerra si creò da zero un nuovo sistema economico, basato su nuove tecnologie come l’automazione delle fabbriche, nuove fonti energetiche come il petrolio e su un nuovo paradigma economico, costituito dal fortunato connubio di libero mercato e protezione sociale da parte dallo stato. Ciò ha garantito una lunga fase di prosperità. Lo stadio ascendente dell’onda si è concluso nel 1973. La crisi petrolifera ha avviato la fase discendente, in cui i salari hanno smesso di crescere e gli investimenti sono passati dai settori produttivi al mondo della finanza.
Ora, resta da capire un ultimo punto: cosa provoca la fine di un ciclo e l'inizio di un altro? Cosa riscatta l’economia da un lungo periodo di declino e la mette sulla strada di una rinnovata prosperità? Paul Mason cerca la risposta a queste domande nell’azione delle classi sociali. Come abbiamo detto, nella parte calante di un ciclo assistiamo ad un restringimento dei salari e del welfare, quindi la classe media è quella su cui ricade di più il peso della recessione economica. L’apertura di un nuovo ciclo avviene quando questo peso diventa insostenibile, i lavoratori si rivoltano e il sistema è costretto ad una trasformazione radicale. Dice Mason: “lo stato è costretto ad agire: formalizzando nuovi sistemi, incentivando le nuove tecnologie, fornendo capitali e tutele a chi innova”.


Perché abbiamo parlato di tutto questo per spiegare l’ascesa del populismo? Perché quello a cui stiamo assistendo è molto simile a quanto previsto dal modello di Mason. A partire dagli anni 80, i salari nei paesi occidentali sono cresciuti molto poco e la ricchezza si è spostata sempre di più verso le rendite e i profitti della fetta più ricca della popolazione. A partire dalla crisi economica del 2008, la classe media ha visto il proprio tenore di vita sprofondare. Molti hanno perso il lavoro e chi l’ha mantenuto ha dovuto accettare condizioni lavorative decisamente più precarie. Le nuove generazioni hanno davanti un futuro che rischia di essere peggiore di quello della generazione precedente.
Per questo molti oggi se la prendono con la globalizzazione e l’immigrazione, che diventano dunque i bersagli preferiti di Trump, dei sostenitori della Brexit e di tutte quelle forze anti-establishment che spuntano come funghi in Europa. Laddove la politica tradizionale sembra aver finito le cartucce senza riuscire a portare un vero cambiamento, gli elettori decidono di dare una chance a chi rappresenta la novità e la rottura col mondo precedente.
Questi nuovi soggetti, tuttavia, non sembrano avere a portata di mano le soluzioni necessarie. Le loro proposte, quando esistono, sono confuse e parziali. Il loro immaginario guarda al passato, si rivolgono ad elettori nostalgici di un mondo che era facile comprendere mentre sono spaventati dalle sfide del presente. Come nei momenti finali di un ciclo, oggi assistiamo a innovazioni straordinarie nei campi di Internet, dell’intelligenza artificiale, della stampa 3D e delle energie rinnovabili. Ma il mondo di oggi non sembra ancora pronto per accoglierle. Inoltre servirà altro tempo prima di poter toccare con mano il loro immenso potenziale. Quindi forse il populismo è solo una fase di passaggio, superata la quale conosceremo l’inizio di un nuovo ciclo e di un nuovo periodo di benessere con prospettive che ancora non possiamo immaginare.