lunedì 5 giugno 2017

Guida alle elezioni comunali 2017


Domenica 11 giugno, dalle 7 alle 23, saranno aperti i seggi elettorali per le elezioni comunali. Si vota in 1005 comuni (tra cui 25 capoluoghi di provincia), con più di 9 milioni di cittadini chiamati ad esprimersi. Gli abitanti di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono già andati alle urne lo scorso 7 maggio. In ogni comune possono votare tutti i residenti maggiorenni che siano cittadini italiani o cittadini di un altro stato dell’Unione Europea (questi ultimi solo se ne hanno fatto domanda a tempo debito). L’eventuale turno di ballottaggio per i centri sopra i 15 mila abitanti si terrà domenica 25 giugno, sempre dalle 7 alle 23.

Tra le città in cui si vota ricordiamo Verona, Padova, Piacenza, Monza, Genova, Parma, L’Aquila, Taranto e Palermo. Il comune più piccolo chiamato alle urne è Blello, nella bergamasca, con i suoi 76 abitanti. Quello più grande è Palermo con 657 mila residenti. In sette comuni le elezioni sono state rinviate perché non si è presentata nessuna lista.

COME SI VOTA
Attenzione! Queste regole valgono per le regioni a statuto ordinario. Ci potrebbero essere alcune differenze in quelle a statuto speciale.

Comuni oltre i 15.000 abitanti (10.000 in Sicilia)
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, le liste che lo supportano. È possibile votare in tre modi:
  • tracciando un segno solo sul nome del candidato sindaco: in questo modo, si vota soltanto lui e nessuna delle liste collegate;
  • tracciando un segno solo sul simbolo di una lista: in questo modo, si vota sia la lista che il candidato sindaco a cui è collegata;
  • tracciando un segno sia su una lista che su un candidato sindaco non collegato ad essa (è il cosiddetto “voto disgiunto“).

Se si traccia un segno su una lista è possibile esprimere una o due preferenze scrivendo il cognome del candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Se però le preferenze che si vogliono assegnare sono due, devono essere di sesso diverso.

Viene eletto sindaco il candidato che raggiunge il 50% più uno dei voti validi. Se questa soglia non viene raggiunta, si terrà un secondo turno di ballottaggio, a cui accederanno i due candidati che hanno ottenuto più voti nel primo turno e da cui uscirà il vincitore. Tra i due turni, le liste il cui candidato sindaco è stato estromesso dalla corsa possono decidere di apparentarsi ad uno dei due candidati che si sfideranno al ballottaggio.

I seggi in consiglio comunale vengono assegnati in modo proporzionale (con il medoto d’Hondt). Alle liste collegate al candidato sindaco vincente viene assegnato almeno il 60% dei seggi (con un turno solo, c’è la condizione che esse devono aver raggiunto almeno il 40% dei voti validi).

Comuni sotto i 15.000 abitanti
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, la lista che lo supporta. Si vota tracciando un segno sul candidato sindaco che si favorisce. In questo modo, verrà votata anche la lista che lo accompagna. È possibile esprimere una preferenza, scrivendo il candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Nei comuni sopra i 5.000 abitanti, le preferenze possono essere due, purché di sesso diverso.

Viene eletto il candidato sindaco che ha ottenuto il maggior numero di voti (è previsto il ballottaggio solo in caso di parità fra le liste più votate). Alla lista vincitrice spettano i due terzi dei seggi in consiglio comunale, mentre i posti restanti vengono distribuiti in modo proporzionale fra le altre formazioni.

Se in un comune si dovesse presentare una lista soltanto, le elezioni saranno valide solo nel caso che si rechino ai seggi il 50% più uno degli aventi diritto al voto (e che almeno la maggioranza di essi esprima un voto valido). In caso contrario, il comune verrà commissariato e si tornerà alle urne nel successivo turno elettorale.

lunedì 29 maggio 2017

Deflazione: perché è un problema se scendono i prezzi



Secondo le stime preliminari dell’Istat, il 2016 è stato il primo anno dal 1959 in cui l’Italia si è trovata in deflazione. Per la precisione, dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Ma cosa significa deflazione?

Cosa significa

La deflazione è la diminuzione del livello generale dei prezzi di beni e servizi. Con la deflazione, il valore della moneta aumenta: con un euro si possono comprare più cose di quanto si poteva fare prima.
Capita più spesso però di sentire parlare dell’opposto, cioè dell’inflazione, che consiste invece nell’aumento dei prezzi e quindi nella perdita di valore della moneta. A scuola abbiamo studiato l’iperinflazione che si verificò in Germania nel periodo tra le due guerre mondiali, quando dalla sera alla mattina i prezzi raddoppiavano o triplicavano. Qualcosa di simile sta accadendo oggi in Venezuela, dove i soldi invece di essere contati cominciano ad essere pesati.
Lo scenario di una iperinflazione è sicuramente negativo, perché significa che la moneta non viene più considerata un mezzo sicuro per comprare e vendere le cose. Tuttavia, anche la deflazione può creare dei problemi.

Le conseguenze

Intuitivamente, se i prezzi calano, potremmo pensare che sia un bene per l’economia come lo è sicuramente per i nostri portafogli. Ma non è così.
Oggi i prezzi scendono perché la gente fa meno acquisti a causa della crisi o perché vuole risparmiare, essendo preoccupata per il proprio futuro. Siccome c’è meno domanda sul mercato, le imprese abbassano i prezzi per spingere i consumatori ad acquistare i loro beni e servizi. I consumatori però, aspettandosi che i prezzi possano scendere ancora, potrebbero decidere di procrastinare le spese, almeno quelle più importanti. Questo non fa altro che ridurre ulteriormente la domanda e di conseguenza i prezzi, rischiando di innestare una spirale negativa di recessione e deflazione.
Inoltre le imprese, dal momento che vendono meno e i loro ricavi sono inferiori, tenderanno a ridurre i costi di produzione. Ciò significa che acquisteranno meno materie prime, faranno meno investimenti per migliorare e allargare la produzione, ma soprattutto assumeranno meno e ridurranno gli stipendi.
Ma non è finita qui. Sul versante finanziario, se la moneta acquista valore con la deflazione, i debitori saranno penalizzati, dato che il debito rimane lo stesso mentre il reddito a disposizione per ripagarlo si restringe. Per esempio, le famiglie con un mutuo si ritroveranno a farvi fronte con stipendi più bassi. La stessa cosa vale per il debitore più grande di tutti, lo stato, che dovrà pagare gli interessi sul nostro enorme debito pubblico con minori entrate fiscali.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda: più i prezzi si riducono più l’economia va male, più l’economia va male più i prezzi si riducono.

Le soluzioni

Lo stato può aiutare l’economia a riprendersi con tre strumenti: con la politica monetaria, con quella fiscale e con la spesa pubblica.
La politica monetaria è gestita dalle banche centrali, che godono di una certa autonomia rispetto ai governi e hanno il compito di controllare la quantità di moneta in circolazione. In caso di deflazione, ci si aspetta che la banca centrale immetta liquidità nel mercato finanziario. Una maggiore liquidità implica una perdita di valore della moneta e quindi più inflazione.
Negli ultimi anni la Bce (Banca Centrale Europea), seguendo l’esempio di altre banche centrali del mondo, ha iniettato liquidità nel mercato, anche se questo ha dato solo una spinta limitata alla crescita economica e all’inflazione.
L’altro soggetto che può fare qualcosa contro la deflazione è il governo, con la doppia leva della politica fiscale, cioè abbassando la tassazione per favorire i consumi da parte delle famiglie, e dell’intervento diretto nell’economia, investendo denaro in settori chiave per dare lavoro a chi lo ha perso. Tuttavia, lo stato italiano è troppo indebitato per potersi permettere di spendere e spandere, quindi può fare poco.

C’è da preoccuparsi?

Abbiamo parlato delle gravi conseguenze che la deflazione può scatenare e di come le armi dello stato per combatterla siano spuntate. Dobbiamo quindi strapparci i capelli? Forse non ancora. È vero che la nostra economia è ferma ormai da qualche anno però, come abbiamo detto, la deflazione registrata nel 2016 è molto bassa: 0,1%. Peraltro, ciò è dovuto principalmente al prezzo del petrolio, il cui calo ha abbassato tutta la media.
Per il prossimo futuro, è previsto un ritorno dell’inflazione, seppur di pochi decimali. Gli economisti considerano ottimale un’inflazione vicina ma inferiore al 2%. Se questo obiettivo non sarà presto raggiunto e l’economia continuerà a sperimentare una bassa crescita e una bassa inflazione per molto tempo, quello sarà il momento di iniziare a preoccuparsi seriamente.

venerdì 21 aprile 2017

Primarie Pd


La parte scritta da me dell'ultimo video di Muovere Le Idee

Il prossimo 30 aprile gli elettori del Partito Democratico sono chiamati a scegliere il segretario – cioè il leader – del partito. Sono tre i candidati che in questi giorni stanno battendo il territorio nazionale per portare avanti le loro visioni del partito e del paese. In questo video conosceremo meglio le loro storie e le loro idee, ma prima facciamo un passo indietro.

I candidati

Le primarie del prossimo 30 aprile fanno parte di un processo più lungo e complesso già iniziato nelle scorse settimane, cioè il congresso, che è quel momento della vita di un partito in cui si sceglie la sua linea politica e da chi deve essere guidato. Le regole congressuali prevedono che gli iscritti al partito abbiano potuto votare già tra la fine di marzo e l’inizio di aprile e questi sono i risultati: dei 450 mila iscritti, hanno votato in 266 mila, segnando un 59% di affluenza. Matteo Renzi ha ottenuto il risultato più alto, raccogliendo due terzi delle preferenze (66,7%), seguito da Andrea Orlando, scelto da un votante su quattro (25,3%), e da Michele Emiliano con l’8%. Ma conosciamo meglio i tre candidati.

Matteo Renzi è sicuramente il più noto dei tre. Nato a Firenze nel 1975, muove i primi passi in politica nella Margherita, diventa prima presidente di provincia e poi sindaco del capoluogo toscano, viene eletto segretario nazionale del Pd con le primarie del dicembre 2013 e viene infine nominato presidente del consiglio all'inizio del 2014.

Andrea Orlando è nato nel 1969 a La Spezia. Come Renzi, inizia la sua carriera politica fin da giovane, con cariche sia nel partito, nel suo caso il Pci e poi Pds, sia in consiglio comunale. Parlamentare dal 2006, è ministro dell'ambiente nel Governo Letta e ministro della giustizia con Renzi e nell'attuale Governo Gentiloni.

Michele Emiliano è nato a Bari nel 1959. Dopo alcuni anni da avvocato entra in magistratura e da pubblico ministero si occupa di lotta alla mafia in Sicilia e in Puglia, vivendo per anni sotto scorta. Nel 2004, mettendosi in aspettativa dalla magistratura, diventa sindaco di Bari. Fa due mandati, finiti i quali viene eletto presidente della Regione Puglia, carica che ricopre tutt'ora.

I programmi

Candidandosi alla guida del Pd, ogni aspirante segretario ha presentato una mozione congressuale, che illustra le sue proposte per il partito e per il paese. Naturalmente le diverse mozioni non sono così distanti fra loro, dato che stiamo parlando di persone dalla stessa appartenenza politica, ma alcune differenze si possono trovare.

L'unico che abbiamo già visto all'opera sia come segretario del Pd sia come premier è Matteo Renzi, quindi un po' sappiamo già cosa aspettarci da lui. C'è da dire però che, dopo la sconfitta del referendum, ha leggermente modificato il suo messaggio tentando di mostrarsi consapevole del disagio sociale che, secondo molti osservatori, ha determinato quel risultato. In particolare, ha cercato di venire incontro agli elettori del Movimento 5 Stelle proponendo, in risposta al reddito di cittadinanza dei grillini, quello che ha chiamato un lavoro di cittadinanza, cioè un miglioramento delle cosiddette politiche attive del lavoro, ovvero di quelle misure in grado di aiutare chi perde il lavoro a trovarne un altro, magari dopo un periodo di formazione o riqualificazione. Renzi propone poi una riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sul reddito, in continuità con quanto fatto durante i mille giorni al governo.
Sull'Europa, l'ex premier si spende per una maggiore dimensione politica dell'Unione, rafforzando l'integrazione specie nel campo della difesa, scegliendo con le primarie il candidato del Partito Socialista Europeo e chiedendo l'elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Commissione. Sul lato delle politiche, Renzi chiede che gli investimenti in sicurezza, ricerca e cultura vengano esclusi dal calcolo del deficit e auspica una gestione comune dei migranti.
Sulla legge elettorale, l’ex premier chiede che rispetti i principi del Mattarellum e dell’Italicum: dalle elezioni deve uscire un vincitore, senza che sia necessario cercare alleanze in parlamento dopo le elezioni.
Per quanto riguarda il Pd, secondo Renzi dovrebbe essere un partito che va ad elezioni da solo e non all’interno di coalizioni, dove il segretario è anche candidato premier e dove ci deve essere una partecipazione dal basso ma la leadership deve avere una certa autonomia.
Renzi infine si propone come l’unico che può avanzare una proposta riformistica in contrapposizione con il populismo dilagante.

La mozione di Orlando è quella in cui compare più volte la parola “sinistra” e non a caso: dei tre candidati, è sicuramente il più vicino alla cultura politica del Pd pre-Renzi e degli scissionisti di Mdp. Contro il populismo e in difesa della democrazia, l’attuale ministro della giustizia invoca una maggiore attenzione ai bisogni delle persone e una lotta alle disuguaglianze sociali. In questa direzione va anche la principale proposta sull’Europa: la creazione di un pilastro sociale, basato su un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Orlando propone poi di scorporare gli investimenti strategici dal calcolo del deficit.
Sulle tasse chiede di trasferire l’imposizione fiscale dal lavoro al reddito, abbassando sì le imposte ma perseguendo i grandi evasori e creando una tassa per le società di Internet che spesso pagano molto poco. Come Renzi, è contrario ad un reddito minimo garantito ma è favorevole a rafforzare il reddito di inclusione sociale e l’assistenza dello stato nella ricerca del lavoro. Al fine di rilanciare l’economia, Orlando propone di puntare sugli investimenti pubblici e su un ruolo strategico dello stato, in modo da arrivare ad una piena occupazione di qualità.
Sulla legge elettorale, dice che è inutile continuare a spingere per il Mattarellum perché gli altri non lo voteranno mai, propone invece un proporzionale con un premio di governabilità al partito che arriva primo, oltre a ridare la possibilità ai cittadini di scegliersi i propri parlamentari all’interno dei collegi uninominali.
Orlando ha un’idea del partito molto diversa da quella di Renzi: secondo lui, il ruolo del Pd è quello di mediare tra le istanze della società e trasformarle in proposte politiche, si scaglia contro l’uomo solo al comando e al partito trasformato in mero comitato elettorale, è contrario alla sovrapposizione tra la carica di segretario e quella di premier. Per lui, il Pd deve essere il perno di una più ampia coalizione di centro-sinistra.

Fra i tre candidati, Emiliano è quello più critico nei confronti di Renzi e quello che strizza di più l’occhio ai 5 stelle, non ricambiato tuttavia: per esempio, quando è stato eletto governatore della regione Puglia, ha cercato di nominare tre assessori della propria giunta scegliendoli fra i grillini, ma ha ricevuto un secco rifiuto.
In campo economico, la sua proposta si traduce in una riduzione delle imposte sul reddito delle fasce più basse, ma si dice contrario alla logica dei bonus portata avanti da Renzi. Dell’operato dell’ex premier, critica anche la riforma della scuola e l’adozione del Jobs Act, chiedendo una reintroduzione dell’articolo 18. Come Orlando, propone una webtax ma, a differenza sua, avanza anche l’idea di un reddito minimo garantito. Per quanto riguarda l’Europa, anche lui critica le politiche d’austerità e invoca una maggiore attenzione alla crescita.
Nel suo programma non può mancare un particolare accento sugli investimenti per il meridione. Inoltre Emiliano punta molto sulla tutela dell’ambiente e lo si è visto anche negli ultimi mesi con la sua opposizione alle trivelle in mare e all’oleodotto Tap.
Per quanto riguarda il partito, anche Emiliano si dice contrario alla logica dell’uomo solo al comando, rilancia una maggiore partecipazione dei territori e avanza la proposta di una piattaforma online per la consultazione degli iscritti. Se vincesse, promette di non candidarsi premier ma intende rimanere presidente della sua regione. Inoltre, ha dichiarato di essere contrario ad alleanze post voto con Forza Italia, mentre mostra un’apertura verso il Movimento 5 Stelle.

Il voto

Le primarie si terranno domenica 30 aprile, dalle 8 alle 20. È possibile trovare l’indirizzo del proprio seggio sul sito del Pd. Può votare chiunque, anche i non iscritti al partito, ma è necessario sottoscrivere una dichiarazione in cui si afferma di essere elettori del Pd e di riconoscersi nella sua proposta politica. Per esprimere il proprio voto è necessario versare due euro e presentarsi al seggio muniti di un documento di riconoscimento e della tessera elettorale.
La domenica successiva alle primarie sarà convocata l’Assemblea nazionale del partito che proclamerà vincitore il primo arrivato, a patto che abbia raggiunto almeno il 50% più uno dei voti. Se nessuno dei candidati avrà raggiunto quella soglia, spetterà all’Assemblea scegliere il segretario fra i due che avranno raccolto più preferenze.

martedì 11 aprile 2017

Le ragioni di chi vuole più Europa


Il mio reportage per Muovere Le Idee dalla Marcia per l'Europa del 25 marzo a Roma.

Sono andato a chiedere agli europeisti perché, in un momento in cui tutti se la prendono con l'Europa, loro vogliono farne un'unione ancora più forte.

giovedì 16 marzo 2017

Quale futuro per l'Unione Europea?



Nelle prossime settimane si parlerà molto di Europa. Il 25 marzo si celebrerà infatti il 60° anniversario del Trattato di Roma che istituì quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. Quel giorno i leader dei 27 stati membri (Regno Unito escluso, naturalmente) si riuniranno a Roma per rilanciare il progetto europeo. E fin qui tutti d’accordo. È quando si arriva al come che sorgono i problemi.

Le strade che l’Europa potrà prendere nei prossimi anni sono state semplificate dal Libro Bianco pubblicato dalla Commissione Europea in 5 possibili scenari.


Scenario 1 - “Avanti così”.
Nessun modifica delle regole europee: le istituzioni sovranazionali continueranno ad occuparsi delle competenze a loro riservate e per risolvere tutti i nuovi problemi che vediamo ora e che sorgeranno in futuro ci si affiderà alla buona volontà degli stati di trovare un accordo fra di loro, se riusciranno a farlo. Questa opzione, secondo VoteWatch, è vista di buon occhio dai paesi nordici, come la Svezia e la Danimarca.

Scenario 2 - “Solo il mercato unico”.
L’UE riduce progressivamente il suo campo d’azione al suo core business, ovvero il libero movimento di beni, servizi, capitali e lavoratori al suo interno. Quindi meno di quanto fa oggi. Questo scenario, l’unico escluso espressamente dal presidente della Commissione Juncker, potrebbe essere quello più vicino ai partiti euroscettici e dal Regno Unito in uscita, se non fosse per il libero movimento delle persone, la cui eliminazione sta molto a cuore a questi soggetti.


Scenario 3 - “Chi vuole di più fa di più”.
È l’Europa a più velocità di cui tanto si parla: gruppi di paesi all’interno dell’UE che sono d’accordo su una maggiore integrazione in un determinato campo possono andare avanti senza aspettare che anche tutti gli altri siano d’accordo. Questo permetterebbe per esempio ai paesi dell’Euro di istituire un ministro dell’economia unico e armonizzare i loro sistemi fiscali oppure a chi ci sta di creare una maggiore collaborazione militare. Questo scenario è quello che è stato rilanciato nell’incontro di Versailles dai leader di Germania, Francia, Italia e Spagna, ma viene avversato dai paesi dell’Est (specie dal cosiddetto Gruppo di Visegrád, composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che temono di essere lasciati indietro. Comunque, qualcuno fa notare che un’Europa a più velocità esiste già.


Scenario 4 - “Fare meno in modo più efficiente”.
Come nel secondo scenario, il raggio d’azione dell’UE si restringe, ma nei campi in cui continua ad avere un ruolo, i poteri dell’Unione vengono rafforzati in modo da rispondere meglio ad alcuni problemi. Questa opzione è portata avanti dal Gruppo di Visegrád che da una parte non vuole un’Europa sociale e non vuole che Bruxelles si impicci nelle sue faccende domestiche (in questi mesi c’è frizione con Polonia e Ungheria, i cui governi stanno approvando riforme che in Europa vengono giudicate illiberali), dall’altra vorrebbe una maggiore collaborazione in campo militare.

Scenario 5 - “Fare molto di più insieme”.
È l’opzione preferita dagli Europeisti più ferventi e quella che più difficilmente sarà percorsa in questi anni di euroscetticismo dilagante. Essa prevede di perseguire il principio sancito dai trattati della “ever closer union”, l’unione sempre più stretta tra i paesi europei, e di spingere sul pedale della maggiore integrazione, mettendo in comune nuovi settori. Per ribadirlo, alcune organizzazioni europeiste hanno organizzato una marcia per l’Europa a Roma proprio il 25 marzo, in concomitanza con il vertice dei capi di stato e di governo.