mercoledì 13 febbraio 2013

Un Fantasma in vetta alla classifica

Non so se sono io o è una necessità comune, ma personalmente ho bisogno di ascoltare un disco più volte prima di esprimere un giudizio onesto e circostanziato. Di primo acchito le canzoni mi sembrano tutte piatte e uguali poi, man mano che procedo con gli ascolti, ogni pezzo comincia ad assumere la sua fisionomia. Così, per scrivere questa recensione, mi sono preso un po' di tempo dal 29 gennaio, giorno in cui è stato pubblicato Fantasma, l'ultimo disco dei Baustelle.

Dopo I Mistici dell'Occidente (sicuramente il suo album più rock), la band di Montepulciano realizza un progetto pensato integralmente per l'orchestra, abbracciando una vocazione che traspariva anche dalle opere precedenti. Fantasma è un concept album o, più precisamente, un disco incentrato su tema specifico, quello del tempo, che ne fa una colonna sonora senza film, come qualcuno l'ha definito. Sono presenti le due dimensioni del tempo: quella della vita, cioè l'inizio del tempo, alla quale i Baustelle fanno quasi un'esortazione, e quella della morte come fine del tempo.

La prima canzone, Nessuno, secondo molti la migliore, è quasi un manifesto politico: l'anarchico Bianconi canta ciò in cui crede e in cui non crede, concludendo la canzone con un'appello all'amore. Del resto tutto l'album è permeato da riferimenti politici (che peraltro sono la prima cosa che guardano giornali e siti d'informazione) e sociologici, come i passaggi sul «figlio di troia che appalta la Rai» o sui «Cavalieri del Lavoro simili a Gesù: non votiamo gli uomini, non li votiamo più». Che comunque sono approcci ai temi della politica fatti da un livello trascendente. Nessuno è anche un fulgido esempio della predilizione e della sublimità di Bianconi per gli ossimori: magistrale «sesso orale e santità». Il tempo si blocca in Diorama, ovvero ciascuna delle vetrine del Museo di Storia Naturale di Milano dove vengono ricostruite scene naturali, come in una fotografia che immortala un preciso momento e lo rende per sempre. Monumentale invece parla della «vaga oscurità» dell'omonimo cimitero del capoluogo lombardo (dove sia Bianconi che Rachele vivono). Sebbene la canzone parli del luogo triste o "oscuro" per eccellenza, è anch'essa un appello all'amore. Nel ritornello, ci invita a trascurare tv e Internet per un giorno e passare un po' di tempo con chi amiamo, con i nostri cari. Perché un giorno, forse questo è il sottotesto, potrebbero non esserci più. L'analisi sociologica di questo disco è offerta da Maya colpisce ancora, dove vengono denudate le contraddizioni della nostra società: i miti del potere e del consumismo, quello dell'apparire e della falsa felicità. La sentenza è tranchant: «esco, non ho paura: morte sicura viviamo già». Arriviamo a Conta l'inverni, dove un inedito Bianconi si cimenta senza risultati troppo brillanti col romanesco, ma addosso lui stona parecchio. Dopo il buon auspicio de L'estinzione della razza umana, giungiamo a Radioattività, che oserei definire un inno alla vita e guarda caso è l'ultima canzone dell'album, forse a mo' di testamento profetico. In quest'ultimo pezzo, Bianconi invita ad avere fede, ma la fede baustelliana è una spiritualità diverso dal concetto di dio, al massimo si allinea a quella degli dei.

Insomma, i Baustelle sono riusciti a partorire un'altra opera di notevole bellezza segnando un ulteriore tappa di un percorso artistico di maturazione che non vede declino e non scade nella musica commerciale. In un panorama musicale come quello italiano, dove vanno per la maggiore i prodotti dei talent e dove chi fa rap canta perlopiù di se stesso che fa rap, Fantasma rappresenta una boccata di aria fresca.

venerdì 11 gennaio 2013

La fine della seconda repubblica

La Repubblica Italiana è nata dalla Resistenza. Si sa, nei momenti difficili le persone tirano fuori il meglio di sé. Così, la classe dirigente e la classe politica uscite da quella tragica e al contempo meravigliosa tragedia sono state probabilmente le migliori di sempre. Fra quei politici c'erano persone che avevano conosciuto ristrettezze economiche e avevano visto gli orrori e la distruzione della guerra ma, in qualche modo, la negazione della libertà e della giustizia all'esterno aveva consolidato questi valori nelle loro menti. Quelle straordinarie personalità riuscirono a mettere da parte le loro divisioni per dar vita a quella che qualcuno definisce, non a torto, la più bella costituzione del mondo.
Certo, non era tutto rosa e fiori: la situazione economica era di estrema povertà, il paese era in larga misura subalterno agli Stati Uniti e il completamento della costruzione dello stato di diritto e dello stato sociale era di là da venire. Ma quei momenti furono forse i più alti che l'Italia abbia mai attraversato.

Nei decenni, però, tutto è cominciato a decadere. L'economia si è sviluppata ma su fondamenta fragili: la grande imprenditoria italiana è sempre stata troppo dipendente dallo stato. I partiti si sono trasformati in apparati di potere che accumulavano ed elargivano prebende a soggetti scelti per cooptazione. Quando il sistema raggiunse il suo punto di rottura e cominciarono a piovere gli avvisi di garanzia per i parlamentari di tutte le forze politiche inviati dal pool di Mani Pulite, fu chiaro che la prima repubblica era finita e con essa se ne andava un pezzo dell'Italia intesa come sistema di valori forgiati dai costituenti nel dopoguerra. I vecchi partiti sono stati spazzati via e con essi le loro ideologie, quelle che hanno caratterizzato l'Ottocento e il Novecento. È finita in questo modo la prima repubblica.

L'Italia si è gettata nelle braccia di due nuovi movimenti: Forza Italia e Lega Nord. Entrambi promettevano rinnovamento: l'uno era la creatura di un uomo fatto da sé che garantiva la rivoluzione liberale e l'altro intendeva rompere con i mali dei vecchi partiti ladri.
Certo, Berlusconi aveva già in parte dimostrato di essere un pericolo per la libertà di stampa usando il suo impero mediatico per la propria campagna elettorale e costringendo Montanelli ad andarsene dal giornale che aveva fondato. E certo, la Lega era fin dagli inizi un movimento costruito su basi razziali. Però essi apparivano comunque come il nuovo che avanzava e che poteva innestare il cambiamento.
Solo più tardi il berlusconismo si è dimostrato essere un fortissimo agente patogeno per la libertà d'espressione, la giustizia e le istituzioni, favorito dalla scarsa opposizione di un parlamento il cui livello di onestà, etica e coerenza non è mai stato più basso.
Fortunatamente, fattori esterni sono intervenuti a mettere in crisi questo sistema tanto da farlo cadere.

Lo scontro epico di ieri sera tra Berlusconi e i suoi maggiori detrattori di questi anni, Santoro e Travaglio, ha rappresentato l'atto conclusivo della seconda repubblica. La trasmissione ha abbandonato per un giorno il suo obiettivo di fare informazione per celebrare un rito catartico dove le due fazioni si sono consumate nel duello finale, un combattimento indegno come indegno è stato questo ultimo ventennio. L'ultima parte del secondo intervento di Marco Travaglio ci ha fatto capire come questi anni siano stati uno spreco di tempo: si poteva risalire dall'abisso scavato dagli scandali di Mani Pulite e invece Berlusconi ha trascinato l'Italia ancora più in fondo. Un altro pezzo di quell'Italia libera e giusta pensata dai padri costituenti se n'è andato. Il resto dello spettacolo è stata semplicemente la rappresentazione della fine dell'ideologia berlusconiana.

Ora si aprono le porte della terza repubblica. L'Italia dovrebbe vedere un nuovo clima di fiducia dato che Monti ha restituito al paese la sua credibilità internazionale. Come dei ragazzini contenti dell'approvazione dei loro coetanei, gli italiani si sentono di nuovo considerati dalla comunità internazionale e per molti questo è l'obiettivo più importante. Se non fosse che il paese è in balia di una spaventosa crisi economica generata dai dogmi di una nuova idelogia: quella dei vincoli di bilancio imposti dall'Unione Europea. Questi diktat partoriti da una finanza virtuale completamente slegata dall'economia reale hanno polarizzato lo scontro politico: da una parte chi non osa metterli in discussione, dall'altra chi si apre a una revisione di questi e degli dogmi che stanno portando il paese a scomparire.
La guerra tra queste due nuove fazioni eroderà un altro pezzo di quell'Italia che abbiamo ereditato dalla Resistenza. E se la parte sbagliata prevarrà, probabilmente non ne resterà più niente.

mercoledì 26 settembre 2012

Il manganello della finanza

Oggi è stata una giornata emblematica di quello che sta accadendo in questi anni di crisi che morde soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Gli stessi strati sociali che oggi sono scesi in piazza in Spagna, per far sentire la propria voce contro i tagli e l'austerità del governo Rajoy. Migliaia di indignados hanno sfilato per il secondo giorno consecutivo nel centro di Madrid e tentato di raggiungere il Parlamento, con il solito contorno di scontri con le forze dell'ordine. La stessa scena si è vista in Grecia, dove i due maggiori sindacati del paese avevano indetto per oggi uno sciopero generale, trasformatosi in manifestazione condita anche qui da scontri con la polizia.
Ma i celerini non sono stati gli unici a rispondere con prepotenza alle legittime rivendicazioni della piazza. I listini delle borse europee di oggi sono un bollettino di guerra: Madrid la peggiore con un -3,92%, Milano si accoda con un -3,29. I giornali strombazzano: "Bruciati 133 miliardi".
Il popolo ha alzato la sua flebile voce e gli operatori finanziari hanno pensato bene di mettere subito mano al manganello delle borse. In questo "mercoledì nero" non è accaduto nulla di diverso da quello che sta succedendo da quando è iniziata questa crisi economica. La finanza e i mercati hanno acquisito un enorme potere e ora controllano i parlamenti nazionali e l'Unione Europea, per mezzo dello spread. Il governo distrugge il welfare, abolisce l'articolo 18 e taglia sulla sanità e l'istruzione? Bene, bravo, bis. E lo spread si abbassa. La gente scende in strada e si ribella? Pollice verso. E lo spread si alza.
Ma come è stata possibile questa cessione di sovranità nazionale a oscuri operatori di borsa? Tutto è iniziato negli anni 80, quando Reagan negli Usa e la Thatcher in Inghilterra hanno dato il via ad un'operazione di rimozione delle barriere poste al mercato e alle libertà dei capitali così faticosamente costruite dopo l'unica crisi (forse) peggiore di quella attuale, quella del 1929. In questi decenni la finanza ho operato sottotraccia, nell'ombra, facendo pressioni sulla politica affinché deregolamentasse sempre più la legislazione economica e finanziaria. Negli Stati Uniti, questo disegno è stato messo in pratica sia dai democratici, durante l'amministrazione Clinton specialmente, sia dai repubblicani. E tutto il resto del mondo dietro a prendere esempio. Illuso dalle false promesse della globalizzazione che avrebbe portato più benessere per tutti. Invece nel 2008 scoppia la crisi dei mutui subprime che, dagli Stati Uniti, si riversa sull'intero pianeta e, nel Vecchio Continente, si trasforma nell'attuale crisi dei debiti nazionali.
La finanza oggi sta prendendo di mira l'Europa perché è l'anello più debole dell'economia globale. Perché è un sistema pieno di contraddizioni, una federazione di stati mancata con una banca centrale impotente e scarsa legittimazione democratica. Nulla si risolverà se permane l'attuale immobilismo della politica europea. Due strade possiamo imboccare e dobbiamo farlo il più velocemente possibile: o si getta alle ortiche il sogno europeo e si torna agli stati nazionali nel pieno dei loro poteri, anche di battere moneta, o si costruisce un'Unione Europea che sia guidata da organi eletti e sia integrata economicamente e politicamente, non tenuta insieme solo da una moneta comune. Non muoversi significa cadere nel baratro, accentuando le disuguaglianze e l'instabilità sociale. Da cui, nel lungo periodo, nemmeno i poteri forti avrebbe da guadagnare.

sabato 1 settembre 2012

Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, la destra e la sinistra

Il 12 novembre 2011 è una data storica. Le dimissioni di Berlusconi hanno segnato la fine non solo di un uomo che in qualche modo ha monopolizzato l'ultimo ventennio ma di un intero modo di concepire la politica, il berlusconismo. Decretarne oggi la fine può sembrare prematuro ma credo che l'arrivo del governo tecnico e della grande coalizione pd-pdl-terzopolo abbia provocato un grande sconvolgimento nell'agone politico e questo cambiamento in qualche modo va registrato.
I maggiori problemi stanno però nascendo all'interno della vecchia opposizione. Finché c'era il grande nemico, il despota, il dittatore da combattere le truppe della sinistra erano compatte. Certo, qualche screzio era sempre presente, ma tutto sommato, le posizioni di principio erano le stesse, gli argomenti, i modi con cui veniva attaccato l'avversario erano gli stessi. Negli ultimi mesi, invece, il governo Monti ha in parte normalizzato le tradizionali divisioni, costringendo le forze ricollegabili alla sinistra a riportare a galla la propria identità.
Questo è quello che sta accadendo anche all'interno della redazione di Repubblica dove, prima il fondatore Eugenio Scalfari e poi il direttore Ezio Mauro, davanti al conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della procura di Palermo per l'intercettazione di alcune telefonate del capo dello stato, hanno rinnegato anni di lotta antiberlusconiana e rimesso in discussione certe prese di posizione del passato solo perché la persona coinvolta nei nuovi scandali è il presidente della Repubblica e non quello del consiglio. Insomma, due pesi, due misure. Ma c'è di più. I maggiorenti del quotidiano di via Colombo sembrano avvertire la necessità di sentirsi di nuovo di sinistra, spiegando a tutti gli altri cosa rappresenta questo termine.
Scalfari, nei suoi consueti editoriali domenicali, difende a spada tratta l'operato del Colle. Lo fa citando leggi, interpretando commi. Subito le controparti (il costituzionalista Zagrebelsky sullo stesso quotidiano, Marco Travaglio sul Fatto) gli fanno notare gli errori marchiani che compie. Ma lui, incurante, continua sulla sua strada. Per carità, non è l'unico a prendere le parti di Napolitano. Tutti loro in realtà lo fanno perché credono che la tutela dell'"istituzione più importante" in questo momento, quella "che ha tolto l'Italia del baratro", quella che ha dato vita al governo tecnico, sia più importante della verità in sé. Dire che il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle è sbagliato, secondo loro, contribuirebbe a mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni, di cui Napolitano è il perno.
Sempre su Repubblica il direttore Ezio Mauro, dal canto suo, sceglie una posizione intermedia sul conflitto di attribuzione, sostenendo comunque la necessità di contrastare la «manovra contro il Quirinale», «uno dei pochi punti fermi della nostra democrazia». Ma Mauro non si ferma qui e accusa coloro che criticano il Quirinale di essere di destra, nei loro «linguaggi, comportamenti e pulsioni». Arriva pure a fare una lista della spesa dei valori appartenenti alla destra: «zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell'emancipazione».
Dai pareri di queste due voci del giornalismo italiano possiamo prendere spunto per chiederci, come fa Mauro, cos'è veramente la destra e cos'è veramente la sinistra.
Prendiamo, per esempio, il convincimento di Scalfari soprattutto, ma anche di Mauro, che le istituzioni italiane siano in grave pericolo e pertanto occorra proteggere il loro «perno», cioè il presidente della Repubblica Napolitano. In questo modo, pongono la necessità di tutelare l'istituzione del Colle sopra l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e quindi sopra lo stesso valore di giustizia. A questi signori vorrei dire che venire meno ai diritti e alla loro applicazione per un supremo senso dello stato non è un atteggiamento di una sinistra responsabile, ma traccia un preoccupante parallelo con quello che accadeva nella Russia di Stalin dove, per consentire il pieno sviluppo dello stato comunista, si calpestavano i più basilari diritti umani. Preferire l'integrità delle istituzioni alla certezza del diritto è una condotta dell'estrema sinistra, come preferire l'ordine interno assoluto all'applicazione dei diritti è di estrema destra.
Ezio Mauro, poi, oltre a fare un elenco dei valori della destra, bolla certi linguaggi come "di destra" (subito scimmiottato anche dal segretario pd Bersani con Grillo). E questo ci spinge a chiederci: cosa sono in definitiva destra e sinistra?
In base all'approccio che una forza politica ha con la storia e con i cambiamenti, la destra è quella conservatrice che preferisce rimanere nella tradizione mentre la sinistra è quella aperta alle novità, al progresso. E questo può essere un elemento di distinzione, ma poi vai a capire cosa è veramente progresso e cosa è veramente tradizione. E inoltre, il buon senso ci dice che l'ideale è saper soppesare le tradizioni buone e quelle cattive, come le innovazioni buone e quelle cattive.
In base alle loro idee rispetto al sistema economico, la destra è quella che spinge verso un minore intervento dello stato (quindi verso il liberismo), la sinistra invece preme per un maggiore ruolo pubblico (il cui estremo è il socialismo). Anche se questa distinzione in Italia vale quello che vale, vista la trasversalità delle teorie neoliberiste.
Una differenza sostenuta anche da Mauro nel suo articolo di fondo è il rapporto con la giustizia. Nei paesi normali, infatti, è la destra a chiedere condanne più severe e pene più certe, mentre la sinistra è più incline ad ascoltare le ragioni dei reclusi. In Italia è vero il contrario visto che fra l'ala destra del parlamento (prevalentemente, ma non solo) e le aule dei tribunali, si vedono gli stessi volti. E poi in realtà, anche la sinistra vuole una giustizia più efficace, ma se la destra la chiede soltanto per i piccoli criminali, la sinistra si aspetta che gli stessi principi valgano anche per i colletti bianchi della politica e dell'economia.
Qualcuno dice che la sinistra è per l'uguaglianza e la destra per la libertà. Ma, la storia lo dimostra, l'una è impossibile senza l'altra.
Secondo me, la diversità definitiva tra destra e sinistra sta nella loro idea di società, nella concezione della comunità, delle persone nel loro vivere insieme. È di destra pensare che le altre persone siano avversari, che per farcela occorra farcela da soli, lottando contro gli altri. È di destra lasciare che sia la legge del più forte a dettare come vanno le cose. È di sinistra, invece, puntare sulla solidarietà fra gli individui, sul "farcela insieme", sullo stare uniti e non lasciare indietro nessuno. Questo secondo me distingue la destra dalla sinistra. Ed è per questo che io sono di sinistra. Per quello che vale.

lunedì 20 agosto 2012

Due storie, un'unica lotta. Per i diritti

Due storie. Due storie fanno capolino sulle prime pagine dei giornali in questi giorni. Sono due storie alle quali normalmente sarebbe stato dedicato meno spazio ma, complice la consueta penuria di notizie ferragostana, stanno godendo di una certa risonanza.
La prima è la storia di tre ragazze russe poco più che ventenni, le Pussy Riot che, stufe dell'oppressione del loro governo verso chi manifesta liberamente il proprio pensiero, hanno deciso di cantare una canzone contro il loro presidente illiberale sull'altare della cattedrale più importante della nazione. Con questo gesto, figlio illegittimo della società della comunicazione, si sono accaparrate l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale che le sta sostenendo nel processo che le vede imputate per quell'efficace atto di protesta e che si è concluso con una condanna a due anni di lavori forzati, senza condizionale. «Esistono ancora i lavori forzati?» si sono chiesti i più.
L'altra storia è quella di un personaggio un po' più accorto nel ribellarsi al sistema, Julian Assange. Assange è uno che ci sa fare con il computer e due anni fa ha creato un sito web, Wikileaks che, servendosi delle cosiddette "gole profonde" all'interno delle organizzazioni governative e non, svela i segreti del potere, le verità indicibili che gli stati nascondono, i crimini che essi compiono e poi vogliono insabbiare. Da quando Assange ha cominciato il suo lavoro non ha più un attimo di respiro, dovendosi difendere da un accerchiamento internazionale sempre più stretto. Sul suo capo pendono due accuse di molestie sessuali che fanno acqua da tutte le parti ma che le autorità svedesi usano come pretesto per poterlo estradare nel proprio paese, dal quale poi essere condotto negli Stati Uniti dove probabilmente lo attende il boia. Così Assange si è visto costretto a barricarsi all'interno dell'ambasciata londinese dell'Ecuador (unico stato ad avergli concesso asilo politico), dalla quale non può uscire senza rischiare la deportazione.
Queste due storie, in apparenza, possono sembrare di secondaria importanza. Chi è preoccupato perché non riesce a trovare un posto di lavoro o perché non riesce ad arrivare alla fine del mese, sentendo parlare in tv delle Pussy Riot o di Assange, volgerà i propri pensieri da un'altra parte quando non cambierà canale. In realtà, queste due storie sono il simbolo di una lotta, una lotta che esiste da quando esiste l'uomo: la lotta per i diritti umani. Nello specifico, il diritto di manifestare liberamente i propri pensieri. Qualcuno potrebbe pensare che questo tipo di diritti siano stati raggiunti nel dopoguerra, con la sconfitta dei totalitarismi, e da allora siano al sicuro. Ma non è così. Ogni giorno i vari gruppi di potere del mondo, siano essi governi, multinazionali o altro, cercano in ogni modo di ridurre gli spazi di libertà, per aumentare il loro controllo e il loro potere. Contro di essi si battono, spesso nella più completa solitudine, uomini e donne che hanno capito che di questa lotta varrà il mondo che lasceremo ai nostri figli. Noi abbiamo il compito di trasmettere loro i diritti conquistati dai nostri avi così come li abbiamo ereditati. Dipende da noi fare in modo di lasciargli un mondo dove regnano la libertà, la giustizia e la pace e non un luogo dove prevaricazione e ingiustizie siano la regola.
Per questo è nostro dovere continuare a parlare di questi episodi simbolo ma soprattutto è nostro dovere sostenere le persone e le organizzazioni impegnate in questa battaglia, anche quelle che non possono godere delle trombe dei mass media.